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Scritto Sabato 09 febbraio 2019 alle 18:04

Introbio: morì di infarto dopo una scalata, il PM chiede 3 anni per la guardia medica

Il tribunale di Lecco
Lunedì 18 febbraio il Tribunale di Lecco si esprimerà in merito all'eventuale responsabilità penale di Furio Riccio, la guardia medica all'epoca dei fatti in servizio a Introbio, a processo per omicidio colposo (art.589 del codice penale).
Secondo l'impianto accusatorio il professionista avrebbe agito con negligenza, lasciando che Luca Borghetti, presentatosi al suo ambulatorio nella mattina del 13 aprile 2014 con un infarto in corso dopo aver scalato una falesia nel paese della Valsassina, ripartisse da lì alla volta dell'Ospedale di Lecco senza ricevere un trattamento adeguato. Infatti il servizio di continuità assistenziale sarebbe sprovvisto di un defibrillatore e per questo motivo, secondo la ricostruzione operata dai diversi testimoni, l'uomo sarebbe stato invitato dal medico a raggiungere il Pronto Soccorso autonomamente. La corsa disperata a bordo dell'auto guidata dall'amico Mario Valsecchi era durata 35 minuti: un lasso di tempo che è stato fatale al 52enne padre di famiglia residente ad Annone, giunto al Manzoni ormai privo di conoscenza.
Terminata l'escussione dei testi di lista, venerdì 8 febbraio sono stati ascoltati in aula i consulenti del Pubblico Ministero Silvia Zannini. L'incarico conferito al dott. Paolo Tricomi, anatomopatologo, e al cardiologo dott. Vaccarella - con l'obiettivo di verificare una effettiva relazione di causalità fra il mancato soccorso prestato all'uomo e la morte dello stesso - è confluito in due relazioni, redatte nel 2015 sulla base degli atti in possesso della Procura della Repubblica. I due specialisti hanno quindi riferito al giudice monocratico Enrico Manzi i risultati del loro lavoro. "Ci sono tutta una serie di situazioni cliniche e di evoluzioni nel tempo e nei modi dei disturbi che Borghetti ha accusato, che ci lasciano dire che con altissima probabilità era possibile ipotizzare un infarto miocardico" ha detto il dott.Tricomi. Sarebbe stata infatti una situazione tipica quella che ha interessato l'annonese: un soggetto iperteso, fumatore e sovrappeso che si sottopone ad uno sforzo -quale scalare una parete rocciosa- che accusa un forte dolore agli arti superiori e al torace, per poi essere rilevata l'assenza di coscienza e una fibrillazione ventricolare a basso voltaggio una volta raggiunto il nosocomio. Alla domanda del PM Silvia Zannini - se al pronto soccorso si fossero attuate tutte le cure necessarie - i due consulenti hanno risposto affermativamente. Alla luce di quanto prospettato, quindi, come si poteva evitare la morte del 52enne? "I protocolli prevedono che qualora si presenti un sospetto di infarto, il paziente venga messo a riposo" ha spiegato il dott. Vaccarella "e vengano attivati i sistemi di emergenza-urgenza". Una volta allertato il 118 e raggiunto il presidio sanitario più vicino solitamente si procede con un'angioplastica per ripristinare il flusso di sangue "in questo modo se si è al di sotto delle sei ore di tempo dalla comparsa dei primi sintomi il cuore può riprendere appieno le sue funzioni" ha continuato il cardiologo. Inoltre, secondo il suo parere, il tragitto compiuto a piedi da Borghetti per arrivare all'ambulatorio del dott. Riccio e nuovamente dall'ambulatorio alla macchina, avrebbe costituito un ulteriore sforzo compromettendo ancor più la situazione. Insomma, le linee guida internazionali prevedono che in caso di infarto anche la guardia medica, sprovvista di defibrillatore e quindi impossibilitata ad attuare le procedure di emergenza, debba chiamare il 118 ed attendere i soccorsi. "C'è stata un'inerzia fra evidenze di carattere clinico ed una incapacità di bloccare il paziente in una situazione di rischio immanente" ha concluso il dott.Tricomi, ritenendo che sussista il nesso causale fra le procedure non avviate dal dott. Riccio e la conseguente morte di Luca Borghetti. Secondo una stima dell'anatomopatologo, nel caso in cui l'uomo fosse stato soccorso in tempo dagli specialisti del PS, poteva esserci almeno un 90% di possibilità che il paziente si rimettesse senza gravi conseguenze.
È toccato poi all'imputato rendere spontanee dichiarazioni al giudice. "Il mio incontro con lo sfortunato Borghetti è stato molto breve" ha spiegato. "Ero sull'uscio dell'ambulatorio quando è arrivato e mi ha detto di avere dolore alle braccia e al petto. Quindi l'ho invitato ad entrare in ambulatorio". Secondo la sua versione, il medico si è quindi voltato e recato verso la propria scrivania, ma non vedendo arrivare il paziente è tornato verso l'entrata dello studio per vederlo rimontare sul veicolo dell'amico e ripartire a tutta velocità. "Non l'ho potuto nè visitare nè ho avuto modo di attuare alcuna misura di quelle esposte dai colleghi perchè non ne proprio ho avuto la possibilità". Fissato un breve rinvio di 10 giorni, il PM Silvia Zannini ha comunque voluto formulare la propria richiesta di condanna nei confronti del dott. Furio Riccio. "Se in fase di indagini prepreliminari ero convinta di rinviare a giudizio l'odierno imputato, l'istruttoria mi ha portato alla convinzione che l'imputato sia responsabile di quanto gli è contestato". Alla pubblica accusa non convince la ricostruzione della guardia medica, tenendo conto della testimonianza di Mario Valsecchi, che aveva così ricordato il susseguirsi degli eventi: dopo essere stato respinto dal medico, Borghetti sarebbe tornato alla macchina pronunciando le parole "mi hanno detto di andare a Lecco perché qui non sono attrezzati". Tre anni di reclusione è stata quindi la pena richiesta dal Pubblico ministero, in attesa della requisitoria del legale difensore del dott. Riccio, l'avvocato Gianluca Giovinazzo e della famiglia Borghetti, costituitasi parte civile in questo processo e rappresentata dall'avvocato Marco Sangalli.
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F.F.
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