Scritto Sabato 17 marzo 2018 alle 16:07

Galbiate: don Marco racconta i suoi 15 anni in Brasile, tra traguardi e minacce

Don Marco
15 anni in Brasile racchiusi nel minuscolo spazio di due ore, sufficienti però a trasmettere il fascino selvaggio del Sudamerica tanto quanto a mostrarne le ombre più cupe: a raccontarli di fronte al pubblico riunitosi al Parco Ludico di Galbiate è stato don Marco Bassani, sacerdote originario di Villa Vergano, da poco ritornato in patria dopo la missione ultradecennale che gli ha letteralmente stravolto la vita.
A far da sfondo alla vicenda è il Maranhão - politicamente considerato l'ultimo tra gli Stati del nord-est brasiliano - che dal 2002 si è trasformato nella seconda casa del religioso galbiatese: immerso nella duplice anima dei due ecosistemi principali, quello sub-amazzonico e la rigogliosa savana del cerrado, don Marco ha vissuto per ben otto anni nel comune di Dom Pedro per poi trascorrere l'ultimo periodo nella frazione di soli 5.000 aitanti di Grajaú.
È proprio la cornice sub-amazzonica il teatro delle vicende snocciolate dal sacerdote, che per mezzo di varie diapositive ma soprattutto con la sua narrazione vivida ha catapultato gli spettatori tra i campi di babaçuias coltivati con "foice e inchada", raccontando loro l'amara verità dietro la continua espansione dell'allevamento estensivo, la forma di sfruttamento del terreno meno costosa e più sicuramente redditizia che lentamente sta prosciugando la flora della zona. Il lavoro di don Marco e dei suoi collaboratori si è sempre opposto a tale isterilimento, combattendo non solo il depauperamento dei campi coltivabili ma soprattutto l'affarismo che attanaglia le lavoratrici donne: a favore dell'emancipazione delle "quebradeiras de coco" (letteralmente, le "rompitrici di cocco")  la "Commissione Pastorale della Terra" di cui don Marco era responsabile in quella diocesi ha così costruito una piccola fabbrica concedendo alle donne di aumentare del 30% i loro ristretti guadagni e successivamente promosso il progetto "A lei do coco livre"  a favore di una legge che permettesse una maggiore libertà economica per le donne nell'ambito del commercio e della produzione del frutto tipico della zona. 
"In questi anni io non ho mai chiesto soldi per costruire chiese o centri pastorali perché mi sono reso conto che nelle attività ordinarie della parrocchia brasiliana i soldi dall'estero provocano un effetto immediato ma non uno a lungo termine" ha raccontato il sacerdote. "La crescita della comunità avviene nel momento in cui, anche se più in modo più lento e graduale, inizia ad essere padrona delle proprie risorse".
Insieme al suo ruolo sociale non è comunque venuto meno quello religioso, che negli anni l'ha visto alla guida di varie Comunità Ecclesiali di Base (CEBs) nelle quali "la Chiesa non possiede una struttura burocratica ma al contrario ha dimensioni a struttura d'uomo, permettendo la partecipazione attiva dei laici in modo che loro siano i protagonisti della vita comunitaria":  attraverso la lettura popolare della Bibbia con il metodo di origine francese "vedere-giudicare-agire" ha così creato partecipati gruppi di ascolto, promuovendo contemporaneamente l'Opzione Preferenziale per i Poveri, ovvero un'azione coniata in America Latina con la conferenza di Medellín e dedicata a tutte quelle famiglie "despechadas" private di ogni avere.
"In questa mia avventura ho capito davvero cosa vuol dire fare il prete" ha proseguito don Marco, parlando con entusiasmo dell'atteggiamento giocoso e senza filtri dei brasiliani. "Ovviamente amo l'Italia e sono felice di aver ritrovato moltissime persone a cui tengo, ma in questa missione ho trovato quel qualcosa in più che ha fatto nascere una vera passione".
Oggi però quell'amore e quella passione sono ostacolate da pressioni interne e minacce spesso violente, tanto da obbligare il religioso a rimpatriare in Italia per circa sei mesi e successivamente, insieme al vicario generale monsignor Delpini, decidere se e come ritornare in Brasile. Le prime vicende drammatiche risalgono al 2015: don Marco si trovava ad Alto Brasil, attorniato da lunghe piantagioni di eucalipto e soia che si estendono per quasi 200.000 ettari e che per la loro ricchezza sono sfruttate per alimentare le industrie siderurgiche di Açailandia, nelle quali l'eucalipto viene trasformato in carbone vegetale e in cellulosa. "Queste piantagioni stanno divorando la foresta perché non sono colture native e col tempo si stanno rivelando la causa di effetti devastanti sull'ambiente" ha ribadito grave, ricordando i numerosi primati di produzione mondiale del Brasile, che spaziano da canna da zucchero, pollame, arance fino a caffè e soia, per la quale lo stato sudamericano si contende l'egemonia con gli USA. "Insieme a questo ci sono anche fiumi rasi al suolo e un continuo impoverimento della terra, ma il più grande problema della regione prende il come di MaToPiBa: si tratta di un progetto che prevede di sfruttare 414.381 km2 di suolo appartenente ad Indios in disputa con lo Stato o terre che non hanno mai avuto la titolazione". Durante la sua battaglia contro queste tecniche barbare, don Marco ha così provato sulla pelle la violenza psicologica dei soprusi verso i più deboli, il meccanismo di grilagem alla base della frode e falsificazione dei documenti ufficiali e da ultimo è arrivato ad essere minacciato personalmente da un latifondista  mettendo così in pericolo la sua stessa incolumità.
Una situazione di grande pericolo, che pare essere solo agli albori, non sufficiente però a scalfire i valori e i propositi del parroco di Villa Vergano che nonostante sia appena atterrato a casa già sogna di ritornare nel suo amato Brasile, tra i ragazzi a cui fa da guida spirituale e gli affezionati paesaggi che come istantanee indelebili colorano i suoi racconti.
F.A.
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