Scritto Venerd́ 02 luglio 2021 alle 17:55

Calolzio, crac Trafileria Brambilla: prosegue il processo per i sindaci. Vaccani contro MVB, 'gestiva le banche a alto livello'

La sede di Calolzio delle Trafilerie
Pim, pum, pam. Incalzato dal sostituto procuratore Paolo Del Grosso, rendendo testimonianza nell'ambito del processo incardinato nei confronti di due membri dell'ultimo collegio sindacale delle Trafilerie del Lario – già Trafileria Brambilla – Nicola Vaccani “ha aperto il libro”. Lui e l'amministratore delegato Alessandro Valsecchi erano stati definiti, in maniera poco lusinghiera, “persone dalla limitata esperienza manageriale” dal patron dell'azienda Vittorio Brambilla nella missiva inviata alla stampa dopo i patteggiamenti del luglio 2019, rivendicando “la totale estraneità di mia figlia Michela Vittoria Brambilla da qualunque attività delle trafilerie”. Un punto, quest'ultimo, sul quale non la pensa propriamente così l'ex marito dell'altra figlia del Presidente, nominato liquidatore dopo aver fatto parte a lungo del consiglio di amministrazione, a partire, indicativamente, dalla seconda metà degli anni '90, come asserito chiarendo il suo ruolo dell'impresa “di famiglia” al cospetto del collegio giudicante ora presieduto dal dr. Enrico Manzi con a latere le colleghe Nora Lisa Passoni e Martina Beggio. Del resto che la “rossa” di Calolzio, oggi come allora parlamentare forzista, fosse l'amministratore di fatto dell'impresa è anche la tesi della Procura. E proprio con tale accusa sulle spalle l'ex ministro si è accodata alla schiera di imputati che, per quanto attiene il crac delle Trafilerie, hanno definito la loro posizione tramite rito alternativo, ai tempi dell'udienza preliminare. Un anno e 4 mesi la pena patteggiata, due mesi meno del padre Vittorio e otto meno di Alessandro Valsecchi e di Nicola Vaccani, con sentenza a carico di quest'ultimo già passata in giudicato come puntualizzato accomodandosi ieri pomeriggio al microfono in qualità di teste assistito, con affianco l'avvocato Ruggero Panzeri pronto a fermarlo in caso di dichiarazioni “pericolose per sè”. Non ce ne è stato bisogno.
Come noto, a giudizio, dopo un quinto patteggiamento, quello della dottoressa Alida Tia (un anno e 6 mesi), si trovano ora solo due membri del collegio sindacale e dunque Francesco Ercole (classe 1933) e Mario Ercole (classe 1967), padre e figlio, a processo per concorso in bancarotta fraudolenta. Contestato loro, nel dettaglio, il supposto omesso controllo in relazione a due distinte operazioni che hanno poi allungato la “vita” dell'azienda aggravando per circa 25 milioni – come asserito a aprile in Aula dal curatore Luigi Bolis – lo stato passivo per un “buco” finale di 55 milioni: l'acquisizione da parte delle Trafilerie dell'immobiliare Brava srl e l'emissione, sempre da parte della fallita, di circa 280 fatture con caratteristiche “particolari” come le ha definite il PM che proprio da lì è partito per interrogare Vaccani. Ed in particolare dalle 124 fatture che tra il settembre 2012 e il maggio 2013 l'impresa di Corso Europa avrebbe registrato in contabilità per poi annullarle subito dopo averle presentate alle banche. “La società di trovava in una situazione di forte carenza di liquidità, per il taglio dei fidi, per l'acquisto della materia prima. Per finanziarsi ha emesso una serie di fatture su ordini che non erano arrivati ma erano in procinto di arrivare” ha argomentato il liquidatore, precisando che il riferimento era a commesse caratterizzate da una certa storicità del rapporto tra il cliente e la Trafileria. La presentazione allo sconto “anticipata” serviva dunque per comprare la vergella che sarebbe poi stata lavorata per la produzione del filo che, una volta consegnato al committente, veniva regolarmente pagato, con la fattura per la prestazione effettivamente erogata poi non ripresentata alla banca, ha precisato il testimone, aggiungendo altresì che le 124 pezze in contestazione a suo giudizio corrispondono poi a ordini effettivamente ricevuti (magari il mese dopo), magari però per importi non precisamente sovrapponibili. Più fumosa la risposta in relazione a altre 51 fatture considerate invece dalla Procura completamente false, ricondotte a “ordini con una prevedibilità molto minore”, emesse comunque per essere portate allo sconto “per garantire continuità aziendale”. Da annoverare invece tra gli “errori amministrativi”, infine, per Vaccani, le ultime 5 fatture “strane” su cui è caduta l'attenzione degli inquirenti in quanto emesse due volte. Del resto, ha sottolineato l'ex genero del patron, la Trafileria ne emetteva parecchie in capo a un anno avendo un fatturato di circa 40 milioni di euro, con un elevato numero di clienti.
Una panoramica questa servita al rappresentante della pubblica accusa, avendo a processo i sindaci, per chiedere al liquidatore chi concretamente amministrasse l'impresa. E si arriva così a MVB, non presente nella compagine sociale ma con “un ruolo importante soprattutto a livello direttivo”: “dava indicazioni su come operare e gestire i rapporti con gli Istituti di credito, che gestiva anche lei personalmente a alto livello gerarchico” ha dichiarato Vaccani. “La sua idea – ha aggiunto – era che per uscire dallo stato di crisi bisognasse fatturare il più possibile. Il fatturato per lei era la medicina. Una scelta sbagliata: c'erano evidenti diseconomicità nella produzione e l'aumento del fatturato l'ha fatto emergere portando allo stato di crisi”. Ricondotta alla necessità di chi aveva un ruolo pubblico di salvare l'immagine anche di imprenditore di successo, la mancata esposizione della situazione, con tanto di open day organizzato con rappresentanti di stampa e tv pur navigando già in cattive acque. E i sindaci? “Non hanno mai fatto rilievi sulla fatturazione”, la chiosa di Vaccani che ha citato invece un incontro chiesto da Unicredit, unico istituto con cui la società calolziese lavorava ad essersi “accorto” di ciò che stava succedendo. E sempre i sindaci “non hanno detto nulla” nemmeno sull'operazione Brava, avente quale obiettivo la ricapitalizzare l'impresa, senza immettere però liquidità fresca e dunque denaro vero, “per coprire la perdita di bilancio”.
Proprio su quest'ultimo aspetto ieri ha testimoniato anche il dr. Alessandro Ongaro, chiamato a valutare le perizie effettuate in momenti diversi, attestando – come già sostenuto dal curatore – che quella del luglio 2010 attraverso la quale si è arrivati effettivamente a ripianare le perdite e ricostituire le riserve “si discosta dalle altre”. Celeri, infine, le deposizioni di due ex lavoratrici addette (anche) alla fatturazione, con il verbale delle dichiarazioni rese alla guardia di finanza dalla seconda testimone, acquisito in toto agli atti, con consenso anche della difesa dei due imputati che, ieri come già a aprile, non ha posto alcun quesito ai soggetti citati dal PM. Il 16 settembre il completamente dell'istruttoria – con tanto di esame dei signori Ercole, se intenderanno renderlo – e eventuale discussione.
A.M.
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