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Scritto Giovedì 19 giugno 2014 alle 18:31

CASO METASTASI: IL DIRITTO E IL LIMITE DELL’INSISTENZA

Duccio Facchini
Mi sta bene l’insistenza, la capisco e la sostengo, ma a condizione che poi accetti di esaurirsi in una conclusione o in una presa d’atto. Ho simpatia e stima per Qui Lecco Libera. Ogni realtà comunale dovrebbe potere usufruire di un servizio civico e civile di tale qualità. Questo però non mi proibisce di affermare la sensazione che Duccio Facchini & C. siano partiti nell’affrontare il cosiddetto “caso Metastasi” – termine esasperato per quella che potrebbe rivelarsi una malattia di medio calibro -  dal presupposto della colpevolezza. Se questo è il dato di partenza inevitabilmente si  finisce con il commettere errori. Esattamente come è un errore non  avere concesso al pool di Facchini lo spazio di un gazebo nella Notte Bianca che Valmadrera celebra sabato, a meno che ospiti e protagonisti della nottata risultino essere solo commercianti, artigiani e artisti, cosa di cui dubito. Come si vede una mente aperta ha sempre troppe serrature.
La mia sensazione è che il “caso Metastasi” si sgonfierà e non di poco. Non per iniziativa dei PM, ma per conclusione della magistratura giudicante. Sarà accertata certamente la presenza a Lecco di personaggi discutibili, dal lessico sgrammaticato e violento, dall’agire presuntuoso e arrogante, dai collegamenti malavitosi coltivati e attuati, ma il grandissimo polverone sollevato sul caso Parè  presumo si dissolverà in buona parte, restituendo al sindaco di Lecco quell’integrità di uomo e di amministratore che moltissimi gli riconoscono a ragione e al pari grado di Valmadrera la sua dignità.
La ricostruzione dei fatti ad opera di “Qui Lecco Libera”,  che ha collegato date a telefonate e mafiosi o presunti tali ad amministratori “accondiscendenti” è stimolante e coinvolgente, ma presenta punti di fragilità disseminati ovunque, che non si è in grado di cogliere  se si parte dal presupposto della colpevolezza ovunque e comunque. Lo stesso gruppo societario che partecipa alla gara pubblica d’appalto indetta dal Comune di Valmadrera  e dietro il quale si muove Palermo per sollecitare e minacciare reazioni appare ammantato di pressapochismo e ingenuità se nella compagine sociale inserisce una persona che ha precedenti penali costituenti insanabile inibizione alla partecipazione a gare pubbliche. I mafiosi “seri” verificano i trascorsi penali dei prestanome. Ne verrà fuori in via principale, a conclusione della vicenda, la figura di esagerato ed esagitato millantatore di Ernesto Palermo, smanioso di accreditarsi nei riguardi dei suoi referenti e  dimentico  dell’etimologia preoccupante insita  già nel  solo suo cognome.
Alberico Fumagalli
Il caso Valmadrera, altrimenti detto del Pratone di Parè è quello che è. Non era in ballo la costruzione di uno stadio, di un ospedale o della sede di una Istituzione. Palermo e amici pensavano di farne una seconda Orsa Maggiore per attrattiva. Aggiudicatasi la gara per la migliore offerta e per carenza di competitors hanno usato - poi - le loro “buone maniere” per accelerare i tempi di aggiudicazione e cominciare a incassare da subito. Anche qui hanno prevalso l’arroganza e la disinformazione. Arroganza per avere iniziato i lavori prima di avere in mano tutti i nullaosta e rimettendoci i denari  ad aggiudicazione revocata. Disinformazione perché l’istruttoria comunale è di competenza dei funzionari del Comune e non del sindaco, il quale può sollecitare i funzionari, ma non imporsi o sostituirsi.
In questa ottica l’intervento di Virginio Brivio nei riguardi di Marco Rusconi ha costituito il consiglio dato, in una vicenda che aveva preso una brutta piega, dal collega più esperto – in senso buono, sia chiaro – a quello meno esperto. Il suggerimento di transare aveva un senso logico dal momento che i lavori eseguiti prima dei permessi sarebbero rimasti acquisiti con diritto di rivalsa sul nuovo aggiudicatario, ma a  quel punto il tutto era già sotto le lenti degli investigatori della Direzione Antimafia e la vicenda è esplosa come un fuoco d’artificio che ha  scottato tutti o quasi.
Concludo con una considerazione. Come cittadino lecchese di nascita e per tanti anni di residenza mia ha fatto male l’accusa mossa a Virginio Brivio di sapere già al momento delle elezioni comunali del 2010 chi fosse Ernesto Palermo. Tradotto: ti sei messo in  lista un uomo in odore di mafia per avere i suoi voti, che poi sono stati una sessantina e non mille. Non solo: te lo sei tenuto, gli hai parlato, vi siete scambiati telefonate, hai cercato di mediare a suo favore, gli hai persino comunicato l’esito della gara d’appalto, quindi ne sei stato una sorta di complice consapevole.
Mi è difficile accettare queste ipotesi quando l’Antimafia le ha scartate, ma il mio ragionamento è un altro per quanto possa apparire elementare, ingenuo o non praticabile.
Io sono assolutamente convinto – non certo, come altri sostengono senza darne prova – che Virginio Brivio al momento delle elezioni non avesse la minima idea dei contorni che già all’epoca pare avesse Ernesto Palermo. Ma qualcun altro non poteva non sapere. Non potevano non saperlo la Prefettura, la Polizia di Stato, i carabinieri, la Digos, la Guardia di Finanza. Almeno uno di questi Corpi doveva sapere che Palermo era collegato al Clan Trovato. Se si, perché non hanno inviato una comunicazione riservata alla segreteria del partito – il PD lecchese – che quella lista aveva formato?
Una informazione su uno qualunque dei nomi in lista candidato ad amministrare la città non ne evita l’elezione, ma richiama l’attenzione e suggerisce prudenza.
Sarebbe buona cosa venisse fatto in futuro. Così si tagliano subito le gambe agli alibi costruiti a cose avvenute e a danni provocati, sia  a cose che a persone.
Alberico Fumagalli
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