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Scritto Martedì 01 dicembre 2015 alle 19:26

Lecco: le storie di vita di Sara e Margaret adottate da piccole. 'Una strada avventurosa' descritta da 2 punti di vista diversi

Raccontare l'adozione attraverso gli occhi di chi -  figlio adottivo ora cresciuto e adulto -  ha vissuto l'esperienza in prima persona. È questa l'inedita e preziosa occasione che l'associazione "Raccontiamo l'adozione" onlus ha voluto offrire a quanti sono intervenuti presso la sala civica di via Seminario a Lecco per partecipare all'iniziativa intitolata "Ti racconto la mia storia".
"L'associazione è nata nel 2003 dall'idea di alcuni genitori adottivi che si erano conosciuti grazie agli incontri organizzati dal Centro Adozioni dell'ASL nel corso dell'anno di affido preadottivo. Altre famiglie si sono poi unite e nel febbraio 2004 è avvenuta la costituzione ufficiale. Oggi riuniamo genitori adottivi e quanti sono interessati all'esperienza dell'adozione, offrendo occasioni di confronto, assistenza alle coppie e promuovendo la tematica con attività di formazione e informazione" ha illustrato il presidente dell'associazione, Luciana Dottori.
È stata invece la psicologa e consulente Silvia Manni a introdurre gli interventi e spiegare il valore intrinseco della serata: "poter ascoltare la voce di due figlie adottive che ci raccontano la loro storia è davvero un privilegio che si presenta raramente. L'adozione si colloca in un percorso di vita ampio e l'essere adulto fornisce esperienze, conoscenze e nuovi strumenti per rileggere e rapportarsi in maniera diversa alla propria storia. I figli adottivi divenuti adulti hanno una nuova consapevolezza della propria storia personale ed ascoltarli è un'occasione unica per conoscere l'adozione e coglierne molti significati" ha concluso, invitando la sala gremita ad un ascolto empatico "con orecchie e cuore".

Margaret e Sara

Protagoniste della serata, a raccontarsi e aprirsi sono state Sara e Margaret, che hanno portato le proprie testimonianze di vita offrendo scorci molto diversi della realtà adottiva.
La prima a prendere la parola è stata Sara che, catturando l'uditorio con la voce incrinata dall'emozione, ha ripercorso le tappe della propria vita, partendo proprio dal giorno in cui i genitori adottivi sono entrati nell'istituto milanese dove viveva accudita dalle suore. "Di quello che è successo prima ho solo un'idea vaga, sono stata allontanata dalla mia madre biologica per problemi di varia natura. I miei ricordi iniziano lì, a quattro anni, con l'immagine di quella donna che tra le lacrime mi ha annunciato di essere "la mia mamma nuova"" ha raccontato Sara, figlia unica nella nuova famiglia che tanto l'aveva desiderata. "Ho abbracciato l'esperienza dell'adozione con tutta me stessa, ma dire che è stato facile sarebbe una grande bugia. Con mio padre ho avuto un rapporto empatico, mentre con mia madre non sono mancati gli scontri: eppure oggi devo ringraziare proprio la sua pazienza e la sua perseveranza nel continuare a cercare il dialogo, perché l'apertura comunicativa è fondamentale, soprattutto nel periodo più difficile, quello dell'adolescenza".
Nonostante il grande affetto verso i genitori che traspare dalle sue parole, Sara non nasconde di aver convissuto dolorosamente con il lato "oscuro" dell'adozione: "io lo chiamo il "buco nero" ed è una domanda irrisolta che mi porto sempre dietro. Come per gli album di fotografie che iniziano dai 4 anni in poi, sembra che alla mia storia manchi sempre un pezzo: da dove vengo, com'ero da piccola? Chi mi ha guardato negli occhi la prima volta, come io ho fatto con il mio bambino nato l'anno scorso? Perché la mia madre biologica non mi ha voluto? Resta il fatto che comunque siano andate le cose non posso odiarla, perché lei mi ha dato la possibilità di essere qui". Questi interrogativi non dipendono dai genitori adottivi - che spesso li percepiscono erroneamente come un'accusa di inadeguatezza - ma dalla necessità di costruire l'immagine di sé con tutti i tasselli disponibili. "Dovrete sempre rapportarvi con il buco nero che accompagnerà i vostri figli per tutta la vita: si presenterà in diversi modi e momenti che avranno bisogno di essere elaborati" ha spiegato Sara rivolgendosi ai molti genitori presenti. "È una strada molto avventurosa, proprio come accade per un figlio naturale. D'altronde, adottare è come dare la vita, donando a qualcuno una seconda possibilità".


Altrettanto intensa, ma per molti versi profondamente diversa è invece la storia portata da Margaret, nata in India e giunta in Italia grazie a un'adozione internazionale. "Ero la più piccola di sei figli e la mia madre naturale è morta suicida quando avevo solo due anni, in seguito a un litigio con mio padre. Da allora la mia vita è cambiata completamente: ho vissuto per strada e sono finita nella rete del traffico umano. A tre anni sono stata venduta come schiava a una famiglia ricca, dove sono rimasta fino all'età di undici anni, quando finalmente sono riuscita a scappare. A quel punto ho avuto la fortuna di incontrare una suora che mi ha preso sotto la sua custodia trattandomi come una figlia. Mi ha fatto rinascere, dandomi l'affetto e tutto ciò che mi era mancato; purtroppo però l'ordine religioso non le permetteva di tenermi con sé e mi ha affidato a un istituto per adozioni internazionali a Bangalore" ha raccontato Margaret, ricordando la delusione e la sensazione di essere stata abbandonata di nuovo. Ma la religiosa stava davvero cercando di trovarle una famiglia e dopo qualche mese la speranza si è trasformata in realtà: "ricordo benissimo l'incontro con mia madre, era una signora bellissima, bionda, elegante. Stava visitando l'istituto insieme alla figlia di origine indiana, ormai diciottenne, che aveva adottato all'età di soli due mesi. Io avevo dodici anni, ed è stato amore a prima vista per entrambe. Qualche mese dopo ero in Italia".
Accolta nella nuova famiglia che contava già una sorella maggiore di origine indiana e due fratelli italiani anch'essi adottivi, per Margaret si è aperto un nuovo mondo, che ha affrontato con entusiasmo. Il cibo diverso, la scuola, lo sport, la lingua sono diventati parte integrante di lei: "per questo io non ho mai percepito il "buco nero", l'impressione di sentirmi diversa. Mi sento italiana al 100% e figlia dei miei genitori come se fossi nata qui, non sento mia la questione dell'adozione ed è veramente strano per me parlarne in pubblico. L'immagine della mia madre biologica è solo un ricordo lontano a cui non lego un particolare significato famigliare" ha spiegato, ricordando il viaggio in India compiuto poco dopo i vent'anni. "Lavoro nel campo delle relazioni internazionali con la FAO e l'UNHCR e ho accettato un incarico in India. È stato un viaggio disastroso e traumatico: ho visitato la tomba di mia madre, incontrato la suora che mi aveva aiutato e purtroppo anche i padroni per cui avevo lavorato come schiava. Ho avuto l'occasione di conoscere i miei fratelli di sangue e di constatare il mio totale distacco nei loro confronti. È come se avessi tagliato tutti i ponti con quella realtà e al ritorno ho vissuto un profondo malessere nell'elaborare l'esperienza; il lavoro, come in passato lo sport, mi ha aiutato moltissimo. Non rimpiango le mie esperienze positive o negative, mi sono servite per essere quello che sono. Il mio vissuto mi apre al rapporto con l'altro" ha concluso, riscuotendo il pubblico ammutolito da un clima di assoluta partecipazione.
Camminando in equilibrio tra passato e presente, Sara e Margaret hanno ripercorso i loro intimi vissuti con una salutare dose di autoironia, facendo dono delle proprie esperienze ai molti genitori adottivi presenti in sala e in qualche modo rincuorandoli. Nelle loro storie così diverse infatti è impossibile ignorare un dato lampante: l'amore profondo che entrambe nutrono per le famiglie che le hanno cresciute.

Per ulteriori informazioni visitare il sito www.raccontiamoladozione.net, o mandare una mail a info@raccontiamoladozione.net, o chiamare lo 0341.495093 (fax 0341.258263)

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