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Scritto Sabato 12 luglio 2014 alle 13:20

Intanto i lavoratori rimangono in presidio: 'siamo in lotta perchè si rispetti lo statuto'

Continua da mesi il presidio di alcuni lavoratori delle ex trafilerie Brambilla davanti ai cancelli di quella che considerano ancora la loro fabbrica, il loro posto di lavoro.
Sotto il gazebo bianco che è ormai diventato la loro seconda casa, colorato solo dalle bandiere rosse della Fiom, continuano la battaglia contro gli esuberi voluti dalla holding turca Celik Halat che vorrebbe ritirare le storiche trafilerie calolziesi.
C'è tanta amarezza sui volti dei lavoratori. Si può vedere lo stress accumulato in questi mesi di incertezza, le notti insonni passate a cercare di far tornare i conti con quegli 800 euro scarsi della cassa integrazione, le fatiche  di questi mesi di braccio di ferro per cercare di salvare il loro futuro.

Ma c'è anche e soprattutto un'incredibile determinazione, che ogni giorno permette loro di tornare davanti ai cancelli di Corso Europa con la convinzione di sempre. "Vogliamo che sia ben chiaro a tutti: noi non molliamo. Qui non c'è in gioco solo il nostro posto: ci sono in gioco i diritti di tutti i lavoratori italiani. La nostra è una battaglia che facciamo anche per i nostri figli".
Certo non è facile. Non è facile aspettare ora dopo ora che la situazione si sbocchi. Non è facile contare i giorni che mancano al 15 luglio, quando il tribunale si esprimerà sul ricorso dei sindacati contro la holding turca per "condotta antisindacale".
"Con la cassa integrazione riceviamo dai 700 ai 950 euro al mese, la metà del nostro vecchio stipendio alle trafilerie - ha raccontato uno dei lavoratori in presidio - A maggio ho preso 750 euro, ma ho dovuto saldare alcuni debiti per più di 1000 euro. È una situazione insostenibile"
"Ovviamente di fare qualche giorno di ferie non se ne parla nemmeno. Anzi sono queste le nostre vacanze: qui, all'ombra del nostro gazebo" ha continuato Cristian Niggia, che tutti i giorni parte dalla sua casa di Almenno per raggiungere il presidio.

Qui, al fianco dei colleghi, continua la sua battaglia. Sotto il gazebo si scambiano quattro chiacchiere, si mangia un panino con il salame ("questo è nostrano") e un piatto di pasta, arrangiandosi con la spesa fatta con la colletta. Non manca nemmeno un bicchiere di vino tenuto al fresco nel frigor portatile.
Solo Thiam non mangia e non beve, perché sta facendo il ramadan. E' arrivato a Calolzio dall'Africa in cerca di fortuna e anche lui è rimasto come gli altri senza lavoro: "Adesso vi saluto - ci dice - è venerdì e devo andare in moschea a pregare: so che dio mi ascolta...".
Sotto il tendone la giornata passa lenta ma si respira un bel clima di fratellanza: i colleghi in presidio in questi mesi sono diventati ormai come una seconda famiglia . Non manca qualche risata, qualche battuta tra amici. 
Si chiacchiera, si commenta, si discute con i compagni di (s)ventura. Si parla del più e del meno, magari mentre si fa una partita a scopa, per cercare di distrarsi e non pensare per un attimo ai "turchi": dei figli, dei mondiali, di questa estate balorda... Ma inevitabilmente anche di lavoro e politica, di "quelli che stanno giù a Roma a farsi i loro comodi: parlano di famiglia ma poi ci lasciano senza lavoro, anche se abbiamo moglie e figli".
Le difficoltà sono enormi, soprattutto in questo periodo dell'anno in cui ci sono molte tasse da dover pagare: "Come faremo? Non lo so proprio... ci penseremo quando sarà il momento" ci ha confidato Cristian, tra coloro che più sta contribuendo nell'organizzazione del presidio permanente.

La speranza di tutti ora è affidata al tribunale del lavoro, che potrà invalidare i contratti (con stipendio decurtato del 30%) che la holding turca ha offerto a 50 lavoratori, lasciando a casa gli altri 23.
In questo caso la trattativa sarà tutta da rifare, ma non è detto che la situazione si risolva. I turchi hanno già fatto sapere infatti che potrebbero ritirare la loro offerta e in quel caso per le ex trafilerie Brambilla verrà dichiarato il fallimento.
"Ci hanno accusato di voler portare la nostra azienda al fallimento, ma non c'è nulla di più falso - ha voluto controbattere Niggia - Noi stiamo facendo questa battaglia solo perché vogliamo che si rispetti la legge italiana, lo statuto dei lavoratori. E' una battaglia di civiltà: vogliamo che si mantengano quei diritti per ottenere i quali in passato si è tanto lottato. Noi in questi mesi abbiamo sempre offerto un'alternativa, una soluzione: avviare il contratto di solidarietà. L'azienda non avrebbe alcuna spesa in più, tutti i posti di lavoro sarebbero mantenuti e i colleghi che adesso hanno accettato il ricatto della Celik Halat avrebbero addirittura uno stipendio comunque più alto di quello che ricevono con le assurde condizioni volute dei nuovi compratori".
P.V.
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