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Scritto Giovedì 30 giugno 2016 alle 18:05

Storia iniziata nel ‘42 con i Brambilla alla guida fino al fallimento

Il cartello con l'originale denominazione ancora affisso
ai cancelli del sito produttivo Calolziese
In origine erano le “Trafilerie Brambilla Spa” con sede in Corso Europa, 82 a Calolziocorte, partita Iva 00367430162, REA Milano 301187 iscritta dal 26 marzo 1942, numero repertorio economico amministrativo Lecco 58115. Alla rilevazione del 31 dicembre 2015, secondo la visura camerale risultavano occupati:  53 addetti il primo trimestre, 51 il secondo, 35 il terzo e nessuno il quarto. La direzione amministrativa, aperta nel 1973 a Milano, era stata chiusa a fine 2001. Con il progressivo deterioramento della situazione economico-finanziaria, la società cambiava ragione sociale in Trafileria del Lario Spa, mantenendo inalterati oggetto sociale, sede operativa e numero di partita Iva. Il capitale sociale deliberato e versato era di 2.500.000 euro così suddiviso alla data del 15 ottobre 2013: 125mila azioni da 10 euro cad. per un totale di 1.250.000 euro (50%) a mani di Vittorio Brambilla classe 1941; 68.500 azioni pari a 685.000 euro (27,4%) a mani di Alessandro Valsecchi, classe 1964; 48.500 azioni pari a 485mila euro (19,4%) a mani di Annamaria Brambilla classe 1935; 5.000 azioni pari a 50mila euro (2%) detenute direttamente da Trafilerie del Lario Spa (in liquidazione); 3.000 azioni pari a 30mila euro (1,2%) a mani di Simona Valsecchi classe 1968. Liquidatore della società il lecchese Nicola Vaccani, classe 1966; curatore fallimentare Luigi Bolis di Lecco, classe 1943. Il collegio sindacale risultava così composto: Francesco Ercole, presidente, classe 1933 residente a Rivalta di Torino; Mario Ercole classe 1967 analogamente residente; Aida Tia, classe 1944 di Rivoli (TO). La storia recente della società aveva visto l’interessamento della “Celik Halat Ve Tel Sanayii Anonim Sirketi” mai approdata a buon fine. La Spa avviava le procedure di liquidazione nel 2013 dapprima con una richiesta di concordato preventivo, rigettata dal tribunale di Lecco nell’aprile del 2014 e nel settembre dello stesso anno veniva depositata la sentenza di fallimento con nomina del curatore fallimentare affinché esperisse eventuali possibilità di prosecuzione dell’attività. Ma i diversi tentativi di cessione di rami d’azienda non hanno sortito risultati determinando così la perdita di tutti i posti di lavoro. Ma questa è solo la storia “camerale” dell’azienda. Dietro c’è la vasta inchiesta che getta tutt’altra luce sul declino di questa storica industria lecchese. 
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