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Scritto Martedì 13 maggio 2014 alle 15:48

Lettera aperta a Qui Lecco libera

Domani, martedì 13 maggio 2014, presenterete il romanzo di Luca Rastello I buoni (ed. ChiareLettere). Non potrò esserci perché al lavoro con un gruppo di giovani sul tema dello scavare il proprio pozzo (un itinerario/laboratorio rivolto a giovani dai 20 ai 35 anni, al terzo appuntamento).
Ho letto il romanzo alcune settimane fa, con interesse; ne ho parlato con amiche ed amici del Gruppo spiritualità del CNCA, abbiamo deciso di farne una lettura per interrogarci collettivamente e nel mese di luglio dedicheremo un tempo nel nostro incontro periodico a Parma presso la Comunità Betania.
Siamo persone, dalle varie parti d’Italia, abituate a riflettere e a interrogarsi sui propri vissuti.
Tutte/i abbiamo responsabilità nelle realtà che abbiamo costruito e stiamo accompagnando nel tempo. Ci siamo messi in discussione e continuiamo a farlo in rapporto a quanto la vita ci sta domandando, spesso ad alto rischio di incomprensione e sempre a spese nostre.
Mi sono domandato perché Qui Lecco libera propone alla città questa presentazione, assolutamente legittima; un’affermazione del valore letterario del romanzo ? (io non ho competenze al riguardo), un gesto di stima per l’autore ? porre un interrogativo a tutto il terzo settore e al territorio ? Nella mail che ho ricevuto questa mattina il libro è collegato a Metastasi. E’ una tesi ?
Se è così, come cittadino mi sento molto toccato e profondamente coinvolto.
Sono molto dispiaciuto e rifuggo  dal clima che sta oppressivamente occupando la città ed il territorio. Che questo clima non soffochi il futuro. Ho imparato nei miei anni che i fatti non vanno staccati e congelati fuori dai processi, come cellule impazzite; trovano conferma o sconfessione da quanto si è messo in moto. Imparare a leggere i fatti dal lato dei perdenti, diceva Bonhoeffer, è grande fortuna; per questo mi sento molto fortunato. I perdenti, non compromessi con i tanti poteri, possono raccontare con libertà tutto. 
Ho conosciuto e lavorato insieme a Luigi Ciotti per molti anni; mi sembra difficile negare che nella figura di don Silvano non si voglia parlare di lui; mi dispiace profondamente l’attacco nel quale si rovesciano su lui e sul gruppo un elenco di cose brutte, nefande, non riconoscendo con un minimo di simpatia quanto lui e tantissimi con lui hanno generato nell’attenzioned alla vita dei territori. Tutti sappiamo che ogni organizzazione umana cresce e si sviluppa con tanti limiti, ma tante delle cose descritte vanno ben oltre questo e inducono a pensare che tutto quanto c’è nel libro sia una descrizione di quanto avviene in Libera e Gruppo Abele. Questa sovrapposizione tra romanzo e realtà non aiuta a capire cosa ci sia di vero e fondato e cosa no.

Non mi è piaciuto il titolo I buoni; non mi nascondo la retorica sul volontariato che molti hanno alimentato, anche strumentalmente, in questi ultimi decenni: se non ci foste voi…. I buoni messi di fronte, penso, ai cattivi. Non mi sono mai collocato in quella categoria (i buoni); ho tentato di capire come si può essere utili, cordiali, normali.
Non mi ritrovo nella citazione di Fofi (che stimo) alla fine, siamo noi: il nostro bisogno di convivere con il male fingendo di combatterlo, la necessità di accettare un mondo che ci stritola, abitandolo sotto anestesia. Non mi sembra di vivere da anestetizzato come lo posso affermare anche per le tante persone che ogni giorno a la Casa sul Pozzo (è solo per dire una presenza sul territorio) vivono con giovani di tante parti del mondo allenando la città a qualcosa che non è mai stata sperimentata.
Vorrei davvero che questo tempo della vita del territorio fosse speso nel cercare il vero, nell’aiutarci  a realizzarlo, nell’imparare a distinguere la mano destra dalla sinistra, non mutilandola. Riprendo una suggestione di Martini: abbiamo pianto qualche volta per la nostra città ?

Cordialmente. 
Angelo Cupini
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