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Scritto Martedì 13 maggio 2014 alle 23:51

Risposta alla lettera aperta di Angelo Cupini

Abbiamo ricevuto e letto con piacere la lettera aperta che Angelo Cupini ha deciso di scriverci a proposito della presentazione del libro “I buoni” di Luca Rastello, martedì 13 maggio.
Per provare a rispondere facciamo nostro -come lui, e forse ancor più di lui- il punto di vista dei “perdenti”, e cioè di coloro che, citando la lettera aperta, possono raccontare in libertà tutto senza temere lo scioglimento di nodi compromettenti con pezzi di poteri.
Abbiamo invitato Rastello per presentare alla città un romanzo che ha fatto discutere, ha smosso, ha disunito, ha raccontato un pezzo (anche) di “terzo settore” e (in generale) il rischio che la “solidarietà” (quelli definiti “progetti”) diventi circo e gli “ultimi” tramutati strumentalmente in alibi. Quindi sì, dal nostro punto di vista (mai autorevole quanto quello di Goffredo Fofi, che pur conviene), è un romanzo importante che merita d’esser letto e dibattuto. Ed è anche frutto di stima nutrita nei confronti di chi, come Rastello, ha raccontato i Balcani, il Sud America, l’Est Europa, i migranti e le frontiere, gli anni 70.
Sui riferimenti specifici a persone o fattispecie è l’autore che ne scrive, illustra, presenta e dunque ne risponde. Non siamo l’ufficio stampa di Rastello e l’unico modo per trovare risposte chiare è partecipare alla presentazione e sottoporgli la questione. Ce ne faremo interpreti, in ogni caso, ben consci però che ridurre il testo ad una sorta di biografia non autorizzata di Luigi Ciotti è un’osservazione poco approfondita: comoda.
Su Metastasi. Non abbiamo mai affiancato “I buoni” all’inchiesta e sostenere che la nostra sia una “tesi” è un abbaglio (nella mail ricevuta da Cupini, infatti, la separazione tra l’iniziativa del 13 maggio e il resoconto di quella del 7 è ben visibile). Il clima in ogni caso è torbido, sì, ma non l’abbiamo certo creato noi. Piuttosto, ma su questo vantiamo contatti più tiepidi a differenza d’altri, da coloro che nella vicenda che abbiamo ricostruito il 7 maggio figurano così ben poco degnamente. E continuano peraltro a mentire. Se rifiutare atti di fede e porre in discussione gli indiscutibili equivale a “soffocare il futuro” allora siamo in buona compagnia: Don Milani ha aperto la strada, riconoscendo che “l’obbedienza non è più una virtù”.
Ha ragione poi Angelo Cupini quando invita a non mutilare mani quanto a distinguerle. Non a caso, le nostre le abbiamo impiegate per recuperare, leggere, analizzare, sfogliare quelle pagine che alcuni vogliono e continuano a voler vedere celate, nascoste, non interpretate. Chi ha partecipato il 7 maggio (c’è la registrazione online sul nostro sito quileccolibera.net, in ogni caso) conosce rigore e buona fede. E può distinguere, e non confondere, chi è mosso da convinzione e chi da convenienza (ancora ieri qualcuno aveva l’animo di parlare di “sciacallaggio”).
Lo può fare -e siamo convinti lo farà, con la stessa trasparenza che ha impiegato per scriverci- anche Angelo Cupini. Lui, come noi, ha le carte di Metastasi. E lui, come noi, non sopporta l’ipocrisia di chi spaccia legalità vuota per coprire comportamenti intollerabili e inaccettabili, ed è persona pronta -come chi scrive ha già cercato di fare- a battere i pugni sul tavolo.
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