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Scritto Mercoledì 14 maggio 2014 alle 17:39

Restello con Manzoni, "contra" Cupini

Anch’io non sono un “esperto” di cose letterarie. Ma, sbaglia Angelo Cupini, nella sua lettera aperta, a personalizzare, per ritrovare, dietro un libro, forse manco letto, ma ferocemente commentato, come i Buoni di Luca Rastello, a individuare dietro il protagonista don Silvano, il personaggio di Luigi Ciotti.
Sbaglia perché, i romanzi di Rastello, si iscrivono sicuramente nella scia dei grandi realisti, come Balzac o Manzoni, che mettono al centro, come in quest’ultimo, la verosimiglianza, per parlarci dell’oggi e del presente. Ma che non per questo li catalogheremmo nella veste di proto-inchieste mancate.
C’ero ad ascoltare Luca, per una antica consuetudine di frequentazione, nata più di un decennio fa, a ridosso della guerra civile Iugoslava. Fu quella anche la grande occasione, in largo anticipo, su cose presenti,  per riflettere con lui, sui problemi della criminalità organizzata, sul ruolo delle “droghe” come “quasi equivalente” della moneta universale, la vera merce di scambio: più generale, anche delle monete, realmente esistenti.
Frequentazione e stima che viene da lontano, e che mi ha portato, ieri sera, ad essere presente all’incontro di presentazione del suo libro, per ascoltare e cercare di capire, la sempre, sua, inimitabile, illuminante, mai banale, conversazione.
Ed allora, credo, che al di là dei malriusciti tentativi di interpretazione a tesi, di dietrologia personalistica, si debba dire, che la riflessione di Luca Rastello, nella forma del romanzo, è, invece semplicemente, come quella di Giovanni Moro, per un altro verso, di provare a mettere uno sguardo, su una realtà, quella del non profit, del terzo settore, e quant’altro si voglia chiamarlo, che, cresciuto tumultuosamente , ci interroga sul senso del suo esistere. Dei suoi fondamenti. Come ha detto Rastello.
Ci interroga, perché nonostante le intenzioni, anche progressive, di alcuni suoi protagonisti, evidenzia alla lunga una torsione retrograda, di corroborante, allo smantellamento del welfare universale, non solo nei confronti dei destinatari dei suoi servizi e delle sue prestazioni, ma anche in chi, queste prestazioni e questi servizi è titolato a svolgerli, spesso oggi, in condizioni di ipersfruttamento e di assenza e completa precarizzazione del lavoro e dei suoi diritti.
Con i sindacati che prendono parte al gioco, in rete, della comune progettazione, come parti di quell’operoso e bravo, privato sociale, mentre pensioni, lavoro, sanità e assistenza vanno in vacca.
L’attenzione di Luca Rastello attorno a questo problema, parte dalla presa d’atto, che lo sguardo critico è oggi bloccato, soprattutto dall’esistenza di organizzazioni della “solidarietà”, che saldano la loro continuità operativa e progettuale, dietro la maschera carismatica di personaggi, anche mass-mediaticamente di rilievo.
Questo il tema, che gli intrecci tra corruzione, mafie come oggi nel caso dell’Expo e per la sua parte, nel caso lecchese con l’operazione metastasi, dovrebbero farci meglio vedere.
Non è un caso che dietro tutti questi affari, ci sia un problema di divisione del lavoro, o meglio di spartizione insieme di affari e di poteri. Nelle grandi opere, nella sanità e perché no, nel cosìdetto “sociale”. Che è ormai diventato il settore legittimante (nonché occultante) delle pratiche di saccheggio del Welfare.
Perché non cominciare a vedere la problematica in tutto il suo complesso. Magari appunto, come fa la DIA su base regionale; e coglierne, poi anche le ricadute cittadine. Io mi tengo la sanità, tu il sociale, io appalto a te questo servizio e a un altro quest’altro. Con il privato-sociale che è una componente organica di questa spartizione. Che in più per l’enfasi di buon cuore che lo trascina, serve a nascondere il meccanismo. Non aiuta a far vedere i fatti, ma li occulta, dietro la lacrima. E il pianto. Magari sulla città.
Formalmente tutto va a gara. Nei fatti le decisioni si prendono altrove…..
Mentre il Wefare nelle pensioni, nella sanità, nella assistenza, viene saccheggiato e svuotato. Perché poi mancano i soldi. Quelli che vanno alla corruzione e che magari finanziano gli F35. Ma non il lavoro e una economia che produca qualità della vita.
E allora c’è sempre una Fondazione bancaria che aiuta. Oltre alle tombolate televisive in cui ognuno si lava il suo sudario con un obolo a sostegno di caritatevoli organizzazioni.
Alessandro Magni
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