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Scritto Martedì 23 gennaio 2018 alle 18:12

Crack della Trafileria del Lario: i Brambilla estinguono i debiti tributari, in via di definizione il risarcimento al fallimento

Vittorio e Michela Vittoria Brambilla
Si è tornati a parlare del crack della Trafileria del Lario in liquidazione quest’oggi in Tribunale a Lecco: se il 17 ottobre l’udienza dinnanzi al Gup Massimo Mercaldo era durata giusto una manciata di minuti, quest’oggi il confronto in camera di consiglio è stato un pelo più lungo ma non ancora “risolutivo”. I legali dell’ex patron Vittorio Brambilla e della figlia Michela Vittoria Brambilla, indagata quale supposto amministratore di fatto della storica società calolziese più nota con l’originale denominazione e dunque con il cognome della famiglia della forzista in insegna, hanno comunicato al giudice l’avvenuta estinzione di debiti tributari in contestazione. Due, nello specifico, gli assegni staccati per riportare il “conto” a zero, coprendo anche gli interessi nel frattempo maturati: il primo, da circa un milione di euro, ha sanato gli aspetti relativi all’omesso versamento di ritenute evidenziato dalla Procura, mentre il secondo, arrecante all’incirca il doppio della cifra, risalente a qualche giorno fa, ha invece coperto l’Iva che – i PM Nicola Pretori e Paolo Del Grosso, quest’ultimo presente personalmente in Aula – ritengono essere stata “dimenticata” negli anni oggetto d’indagine. Ancora aperta, invece, la trattativa (riservata) per la quantificazione del risarcimento che padre e figlia sembrerebbero essere pronti a corrispondere al fallimento, senza che tale apertura in qualche modo possa essere letta quale assunzione di responsabilità come evidenziato, uscendo dal Tribunale, dall’avvocato Fabrizio Consoloni, legale dell’ex ministro al Turismo, in corsa per le prossime elezioni del 4 marzo tra le fila del Movimento Animalista a sostegno di “Berlusconi presidente”.
“Le due proposte sono consistenti” ha dichiarato l’avvocato Carlo Galli per conto del fallimento, senza chiaramente potersi ulteriormente sbilanciare. “Dovranno ora essere valutate dal curatore, dal comitato dei creditori e poi dal giudice delegato”. Il tutto entro il 26 giugno, nuova data a cui è stato aggiornato il fascicolo, che tocca anche Nicola Vaccani (liquidatore della società) e Alessandro Valsecchi (amministratore delegato) nonché i tre membri del collegio sindacale, i piemontesi Francesco Ercole (presidente), Mario Ercole e Aida Tia. Ancora da chiarire, come spiegato dall’avvocato Cristian Malighetti che assiste l’ex A.D., se i primi due potranno beneficiare sotto il profilo penale dei vantaggi introdotti dai Brambilla estinguendo – a loro spese – i reati tributari. “Non c’è ancora giurisprudenza della Cassazione sul punto e dunque se la causa di non punibilità si trasmetta anche a chi non ha effettivamente pagato”. Ha invece provveduto a meglio delineare le contestazioni mosse ai singoli imputati il sostituto procuratore Paolo Del Grosso, rispondendo quest’oggi ad una sollecitazione arrivata in tal senso alla scorsa udienza sempre dall’avvocato Malighetti. Genericamente, ai sette indagati, a vario titolo, i PM ascrivono due episodi di bancarotta fraudolenta: il primo, datato 2010, in relazione all’acquisto da parte della Trafileria del Lario di quote della Brava srl ed il secondo incentrato invece su presunte fatture false (circa 280, per un totale di 15 milioni di euro).  Come anticipato, si torna in aula a giugno, quando sarà delineata anche la strada processuale che intendono intraprendere gli imputati. Posticipata, invece, da marzo a settembre, l’udienza dinnanzi al Tribunale delle imprese nell’ambito dell'azione di responsabilità civile esercitata - tramite l'avvocato Carlo Galli - dal dottor Luigi Bolis che, nella qualità di curatore della fallita, si surroga alla società stessa e alla massa dei creditori "battendo cassa" nei confronti degli organi sociali di diritto (gli amministratori e il collegio sindacale), dell'ipotizzato amministratore di fatto (appunto la parlamentare Michela Vittoria Brambilla) nonché di chi, con il proprio comportamento, avrebbe contribuito - stando l'impianto accusatorio - ad aggravare il dissesto "foraggiando" la spa con un'iniezione di liquidità per 15 milioni di euro a fronte della presentazione di fatture giudicate dagli inquirenti quantomeno sospette e dunque, concretamente, il ceto bancario (Unicredit, Intesa San Paolo, Banca Popolare di Milano e Credito Bergamasco, quest'ultimi entrambi ora sotto l'etichetta Banco BPM). 27 i milioni di euro chiesti dal legale lecchese, pari al divario tra la situazione al 31 dicembre 2010 - data in cui, ritengono il dottor Bolis e l'avvocato Galli, l'impresa avrebbe dovuto cessare l'attività avendo perso il proprio patrimonio netto – e quella riscontrata il giorno dell'effettiva messa in liquidazione ovvero il 18 ottobre 2013, con il "concorso" dei quattro istituti - tacciati di omesso controllo in relazione a ciò che stava avvenendo - individuato a partire dal 31 dicembre 2011 (da qui la chiamata in causa per "appena" 25 milioni). Qualora a Lecco si concretizzasse la corresponsione di un risarcimento da parte dei Brambilla, i loro nomi – ovviamente – verranno espunti dalla lista dei “citati” in questa seconda – parallela – vertenza.
A.M.
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