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Scritto Mercoledì 24 gennaio 2018 alle 19:46

Omicidio di Sogno: in Aula anche la sorella 98enne della vittima, la difesa insinua il dubbio su un altro possibile colpevole

Gli avvocati di parte civile
Se la Procura ha chiesto l'ergastolo, le parti civili - chiamate a concludere a seguire - hanno avanzato richieste risarcitorie sia in favore della signora Leonilda Losa, sorella della vittima, sia in favore della pronipote Cristina Bonacina, colei che la mattina dell'11 giugno 2016 ha trovato il corpo esanime della zia. L'avvocato Igor Di Maria per la prima ha quantificato in 200.000 euro la provvisionale da riconoscere all'anziana in caso di condanna del Guzzetti. La legale della seconda, rifacendosi alle tabelle previste per le liquidazioni in favore dei parenti non conviventi, ha chiesto invece 103.000 euro. Già domani mattina (giovedì 25 gennaio) sarà il turno della difesa che sembrerebbe intenzionata a cedere dapprima il microfono all'imputato stesso per un ultimo intervento prima del verdetto della Corte. Non sarà la confessione chiesta dal PM. L'arringa delle due penaliste lecchesi si preannuncia dunque infuocata. Scintille non sono mancate, già in apertura dell'udienza odierna. Marilena e Patrizia Guglielmana hanno infatti duramente contestato la scelta del pubblico ministero di far interrogare due giorni fa, presso la casa di riposo dove si trova ricoverata, la 98enne sorella della vittima, chiamata quest'oggi a deporre quale teste a discarico. "Non è più un teste perfetto" hanno sostenuto i due difensori, pur rassicurate dal sostituto procuratore circa la volontà di non introdurre in alcun modo nel dibattimento i verbali del colloquio intercorso tra la Losa e i due Carabinieri inviati in Rsa.
Leonilda Losa oggi in Aula e in una foto di qualche anno fa
All'esito della testimonianza stessa dell'ultranovantenne, portata in Aula in barella, tra l'altro, nella propria requisitoria, il dr. Del Grosso si è anche spinto a etichettare come sostanzialmente non attendibili le dichiarazioni rese dalla poveretta, convinta di aver visto entrare qualcuno nella propria camera da letto al piano superiore dell'abitazione di famiglia, il giorno dell'assassinio di Maria Adeodata quando invece i cassettoni in cui lo sconosciuto avrebbe - a suo dire - frugato sono stati trovati dagli operanti perfettamente in ordine. La scena, dunque, più che vista - secondo il PM - sarebbe stata solo immaginata "da una donna, prossima ai 100 anni, rimasta due giorni senza bere né mangiare". Una anziana che, tra l'altro, stando da tempo isolata nella propria stanza, come riferito in Aula da altri testi, già aveva manifestato l'inclinazione a divagare rispetto alla realtà, sentendo voci di persone non effettivamente presenti in casa. Considerazioni del magistrato a parte, fatto sta che, al cospetto della Corte, Leonilda Losa non solo non ha riconosciuto Roberto Guzzetti quale il soggetto che avrebbe tentato di rubare del denaro custodito nel comò della stanza ma non ha proprio riconosciuto in assoluto l'uomo, pur sostenendo di ricordare chi fosse il figlio dei vicini, descritti dalla stessa come una "famiglia per bene" incontrata spesso - anni addietro evidentemente, essendo allettata da tempo - in chiesa.
All'escussione della 98enne - fortemente influenzata anche da problemi d'udito lamentati dall'anziana - si è arrivati dopo la chiamata di altri due soggetti, ritenuti dalla difesa "testi importantissimi" all'interno di una vicenda a giudizio delle sorelle Guglielmana ricostruita solo parzialmente, "con grandi lacune investigative" come hanno avuto modo di spiegare a margine dell'udienza.
In Aula sono sfilati un imprenditore milanese e un ragazzo con problemi di tossicodipendenza al tempo dei fatti residente proprio a Sogno di Torre de' Busi. Il primo la mattina dall'11 giugno 2017, al Parco Sempione, avrebbe prestato il proprio cellulare a uno sconosciuto che aveva necessità di contattare un'avvocatessa lecchese, risultata poi essere proprio Marilena Guglielmana. Lo "strano" interlocutore è stato ricordato come di media statura, under 40, ben vestito, non meneghino, apparentemente sotto l'effetto di droga e con un tatuaggio su di un braccio. Una descrizione che - almeno sulla carta - potrebbe calzare con la figura del giovane, classe 1982, domiciliato presso un appartamento di via Piave fino a qualche giorno dopo l'assassinio della signora Mari Adeodata. Uno di fronte all'altro, però, i due testimoni non si sono riconosciuti. Il 36enne, poi, pur ammettendo di essere stato consumatore di cocaina, ha dichiarato di non essere mai stato in zona Arena a Milano per rifornirsi di sostanza stupefacente e di non frequentare comunque Parco Sempione. Incalzato dalle domande dei legali di Guzzetti ha altresì ammesso di non essere andato al lavoro il giovedì in cui la pensionata è stata freddata, non riuscendo a ricordare con precisione il motivo. Il suo nome, parrebbe di aver capito, secondo la difesa potrebbe essere aggiunto alla lista di soggetti sui quali non si è indagato a sufficienza. "Non credo nell'esistenza di un altro mister X" ha tagliato corto, nel proprio monologo finale, il dr. Del Grosso, in relazione a possibili altri colpevoli introdotti di udienza in udienza dai difensori, ribadendo come le prove raccolte siano solo a carico dell'imputato.
Domani la versione delle toghe lecchesi. E il verdetto.
A.M.
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