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Scritto Lunedì 04 febbraio 2019 alle 10:34

Lecco perduta/151: sull’onda del vecchio Caldone

L’insegna del vecchio caffè sul Caldone
“Per sentire una canzone con te ti porterò in un vecchio e piccolo caffè”: recitava così, grosso modo, il ritornello di una canzone molto popolare negli anni Sessanta/Settanta. Un motivo che torna alla memoria di fronte al “vecchio caffè” sulla riva del Caldone, in alto a Via Porta, presso il ponticello detto “del Don Guanella”. Nel Dicembre 1996 il quotidiano “La Provincia” scriveva: “Ha riaperto i battenti l’antica Trattoria Castagna, l’osteria del grappino grigio-verde dei lavoratori del Caleotto/Arlenico. E’ stata rimessa l’insegna con la vecchia dicitura “Bar Caffè”, che una volta era affiancata da due fanali da locanda di birra. All’interno, però, tutto è nuovo, secondo la moda “pizza e focaccia”, ma c’è la fiamma della memoria nel camino di pietra, in un locale d’angolo sotto il superstite campaniletto del convitto antico di inizio Novecento al Caleotto, nell’area dove è sorta la grande acciaieria ferriera e dove ora sorgerà il nuovo Centro Meridiana”.
    Il Bar Caffè Castagna sul Caldone ricordava il lungo periodo passato a fianco del fiorente Caleotto, quando le maestranze toccavano i 1.300 dipendenti ed il bar era il ritrovo di tanti lavoratori al termine dei vari turni o per il pranzo di mezzogiorno. La collocazione del bar è singolare, nell’angolo del fiume quasi schiacciato un tempo dalla vecchia ferriera, che ora ha visto cancellate le robuste mura perimetrali del complesso industriale per far posto al nuovo moderno centro multifunzionale. Il bar sul Caldone era detto “del grigio-verde”, la grappa di menta che placava la sete del dopo turno, al termine di ore di lavoro faticoso e rese torride dal forno. C’era il grigio-verde, “la mandorlata – ricordava Angelo Bonacina, al Caleotto dal 1947 al 1981, membro della commissione interna – il lavoro del forno provocava caldo e sete; si beveva tanto anche durante il lavoro stesso, acqua zuccherata con polvere di aranciata, di limonata. Poi, all’uscita, c’era quasi sempre un bicchiere di qualcosa d’altro. Prima di fare la mensa aziendale interna il bar era anche il ristoro di mezzogiorno. C’era il mangiare veloce dei panini con pancetta, ma anche una colazione più abbondante, con ottimi stufati”.
    I lavoratori del Caleotto portavano da casa la “schiscetta”, pentolino con maniglia a pressione, che conteneva tortellini, spaghetti, pasta. Venivano fatti riscaldare sulle “lingotterie”, gli stampi dove colava l’acciaio. Il bar ha provato ad avere negli anni della maggiore occupazione ottanta/novanta posti a mezzogiorno. Era comodissimo per i lavoratori del Caleotto, trovandosi proprio a due passi dalla ferriera. Ma nello spazio del tempo libero, fra turni diversi di lavoratori, il bar diveniva tranquillo e solitario, sull’onda del vecchio Caldone, che lambiva i muri perimetrali di sostegno e che appariva spumeggiante, quasi furioso, nei giorni di piena, dopo intense precipitazioni. E se c’era il juke-box, si poteva schiacciare il bottone per un ritornello molto popolare e sentimentale: “Per sentire una canzone con te ti porterò in un vecchio e piccolo caffè”.
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