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Scritto Sabato 06 luglio 2019 alle 09:04

Lecco: la sicurezza ambientale si ottiene con interventi culturali e sociali non con la posa di cancelli

Enrico Magni
Stanno ritornando di moda i cancelli. I cancelli dell'oratorio, del collegio, della scuola avevano un suono particolare, emettevano uno stridore prodotto dallo strofinio dal contatto di due lamelle di ferro. Il lamento cambiava con il mutare delle stagioni per effetto di un processo fisico molecolare, questo era di poca importanza, però ti diceva dov'eri, lo riconoscevi.
Per comprendere cosa sia il lamento di un cancello basta andare all'ospedale Alessandro Manzoni di Lecco al piano base nella sala d'attesa per i prelievi del sangue; lì c'è una porta di ferro antisfondamento che immette nella scala che scende nel settore meno uno (radiologia); tutte le volte che una persona lo apre si può ascoltare il suono graffiante e infastidente, ciononostante basterebbe un po' di lubrificante, o sistemare i livelli di baricentro per rasserenare l'acustica ambientale. Non è l'unica porta a lamentarsi.
Se i cancelli dell'oratorio non rispettavano l'orario di apertura per la partita al pallone, erano scavalcati, non c'era santo che potesse fermare il desiderio di tirare calci al pallone; il prete poteva gridare di stare attenti, di avere pazienza: il tempo era scaduto, i piedi scalpitavano.
Adesso, invece, qualcuno sta proponendo - per motivi di sicurezza - di mettere dei cancelli attorno al piccolo stadio Rigamonti di Lecco perché la squadra del Lecco è passata, dopo anni, in C. Quando la squadra era in serie B e in serie A, non c'erano cancelli di contenzione, di ingabbiamento, di sospensione dell'accesso. Le tifoserie erano attive, gridavano, urlavano, imprecavano, i ragazzi più agili, senza biglietto, riuscivano a salire dall'esterno per sbirciare la partita: non c'erano cancelli. I cancelli si saltano, sono un invito a nozze. Al posto di ottenere “sicurezza” recintando quattro strade, chiudendole con i cancelli, c'è il rischio di circoscrivere un luogo pericoloso. Quando c'è la massa, la folla, gli spazzi urbani chiusi sono rischiosi per le persone. L'euforia, il panico hanno bisogno di spazi urbani aperti, con punti di fuga per evitare il fenomeno panico claustrofobico che causa reazioni incontrollate. Se l'obiettivo è di poter maggiormente controllare gli “scalmanati” si rischia di favorire involontariamente delle reazioni claustrofobiche indesiderate: ci sono eventi, fatti che dimostrano che le chiusure naturali, ambientali o artificiali possono determinare pericolo e non sicurezza.
Sempre, sulla stessa linea, per evitare l'accesso di notte alla stazione di Lecco, si sostiene l'ipotesi di mettere cancelli, pur sapendo che la stazione è tranquillamente raggiungibile dai binari passando per lo scalo della Piccola e da altre angolature. La sicurezza ambientale si ottiene con una maggiore attenzione alla condizione di vivibilità della struttura evitando lo stato abbandonico: il degrado urbano favorisce l'insicurezza sociale e ambientale. Le stazioni abbandonate nel degrado sollecitano insicurezza, paura, anonimia. Ci sono state stazioni degradate, pericolose che, recuperate sul piano sociale e culturale, sono diventate sicure e luoghi di incontro. Sul territorio lecchese ci sono esempi di recupero di questo tipo: Bellano, Osnago, Varenna e altre. La stazione di Lecco è abbandonata, non c'è un intervento rilevante messo in atto dall'amministrazione comunale e provinciale che favorisca una riqualificazione urbana di quello spazio.
La messa in opera di cancelli determinerà ulteriormente il senso di anonimia dello spazio urbano esponendolo ulteriormente al degrado e al disagio sociale. La stazione di Lecco è posta al centro della città eppure è vissuta solo come un luogo di transito e non di accoglienza: è estraniante e alienante. La sicurezza ambientale si ottiene non con la posa di cancelli ma con interventi sociali e culturali. Detto questo, è necessaria una videosorveglianza con dissuasori sonori, un'adeguata illuminazione e un controllo routinario di vari operatori.
dr. Enrico Magni
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