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Scritto Domenica 03 novembre 2019 alle 08:02

Il cielo di Berlino è bello quando il tocco d’ala di una farfalla illumina il cielo dell’Africa

Enrico Magni
Il nove novembre di trent’anni fa cadeva il mitico muro di Berlino che separava l’Est dall’Ovest, allora c’era l’illusione che l’Ovest avrebbe portato benessere e democrazia. D’allora molti lunghi muri sono stati costruiti per separare confini per paura dell’invasione di nuovi barbari.
Sotto i cieli dell’Europa, America, Asia e Africa molte cose sono mutate da quel giorno: molte sono state le trasformazioni. Nessuno ipotizzava che la Cina sarebbe diventata la seconda potenza economica neocapitalistica, nessuno immaginava il ritorno sulla scena mondiale del Medio Oriente, della globalizzazione, dei localismi e nazionalismi.
Gli interessi sociali ed economici all’Ovest, come all’Est, erano divisi in classi sociali o ceti che s’identificavano in rappresentanze politiche che rispondevano a determinati interessi di riferimento. Dopo il superamento delle classi sociali e lo stravolgimento dei ceti si è giunti allo stato fluido che produce delle rappresentanze politiche soggette alla mutevolezza, alla fragilità e alla manipolazione di chi detiene i poteri della comunicazione virtuale e mediatica.
Il voto politico, prima di quel nove novembre dell’ottantanove, si fondava su schemi di appartenenza che, semplificando, si distribuivano, con varie sfumature, dentro contenitori definiti di destra, centro, sinistra e gli elettori si riconoscevano per appartenenze socio-economiche. Oggi questo schema non regge; gli ordinatori di riferimento sono da ricercare nel paradigma globale e locale che si declinano con sovranismo, nazionalismo e globalismo.
E’ dentro quest’assetto che si producono e si modificano i raggruppamenti politici che, a causa di un voto fluido e poco solido, da parte dei cittadini votanti, si determinano inevitabilmente dinamismi instabili dentro uno stratificato – sociale, culturale, economico – in cui le disuguaglianze orizzontali e verticali evidenziano l’attuale conflitto sociale.
E’ dentro questa situazione che la mitica classe operaia è scomparsa. Anzi, in una logica di conflitto orizzontale l’operaio è un soggetto garantito a confronto di precari, stagionali, borderline del lavoro che non usufruiscono di nessuna tutela sociale, oppure di pensionati a basso reddito e di tante parti che vivono ai margini del sistema che genera una profonda povertà materiale e psicologica.
Tutto questo determina uno spostamento a destra del voto, infatti, questo strato sociale cerca nella destra sovranista, nazionalista, localista sicurezze sociali, economiche e psicologiche che dovrebbero tutelarlo da un’economia monopolistica e finanziaria che si muove sul piano globale. Il paradosso sta che per essere garantiti eleggono miliardari, capi popolo che, poi al posto di distribuire la ricchezza, la capitalizzano.
Non esiste più il voto prodotto dall’appartenenza, ma esiste un voto che si costruisce sull’insicurezza, sul disagio, sulla depersonalizzazione, sulla paura di perdere quel poco che si possiede. E, lo strato sociale che maggiormente si sente minacciato da questa condizione è proprio quello operaio.
La dimensione della globalizzazione lo spaventa, fatica a costruire mappe cognitive e sociali come identità multipla per confrontarsi con l’apertura. E’confortato da proposte e risposte che favoriscono la dinamica del piccolo; prima era la provincia, la regione oggi è la nazione nei confronti dell’Europa o dell’Africa.
La questione non è soltanto tra localismo e globalismo ma riguarda fondamentalmente le disuguaglianze sociali, economiche, psicologiche e antropologiche.
Tutto questo è il lascito del 9 novembre 1989. Il mondo è cambiato ma i conflitti sociali e le diseguaglianze sono sempre presenti: si sono amplificate. Il cielo di Berlino è bello quando il tocco d’ala di una farfalla illumina il cielo dell’Africa.
Enrico Magni, psicologo - psicoterapeuta
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