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Scritto Mercoledì 06 novembre 2019 alle 11:33

Dai casi di 'sparizione' alla 'raccolta dedicata': le ostetriche del Manzoni spiegano perchè donare il sangue del cordone

Qualche settimana fa i quotidiani nazionali si sono occupati dalla supposta “sparizione” di 15.000 cordoni ombelicali raccolti in Italia e – a pagamento – inviati in Svizzera da altrettante famiglie per essere conservati in una “banca” privata trovatasi però in cattive acque tanto da aver ceduto il suo “asset” più prezioso – e dunque le sacche di sangue prelevate alla nascita e poi crioconservate con il loro carico di cellule staminali – ad altra società che parrebbe aver trasferito il “tesoretto” in Polonia, gettando in allarme quanti, magari anni fa, avevano aderito alla proposta, investendo del denaro.
Un caso che ha riacceso i riflettori su di un tema – la conservazione del sangue cordonale – spesso non preso in considerazione nemmeno dalle future mamme. In Italia esistono solo banche pubbliche ma il Ministero della Sanità permette di inviare le sacche all'estero ad un uso privato. Ciò dal punto di vista scientifico non sembrerebbe trovare molti supporti ma tale possibilità, almeno fino a qualche tempo fa, è stata parecchio sponsorizzata ed ha avuto seguito seppur alcune delle banche che la propongono non sembrano garantire la necessaria tracciabilità, come dimostrato dai recenti articoli. All'ospedale di Lecco la raccolta a fini privati è garantita dalle ostetriche.


A destra l'ostetrica Rosanna Melesi con la collega Rosa Iacobello in rappresentanza dello staff del reparto

"Da parte nostra promuoviamo invece la donazione solidaristica – quella permessa in Italia – del sangue del cordone ombelicale, considerato di per sé prodotto di scarto ma in realtà ricco di cellule staminali” spiega Rosanna Melesi, chiamata ad offrirci una panoramica ad ampio raggio sul punto, senza tralasciare il nodo della questione: ad oggi non ci sono studi – se non qualche trial – sull'uso autologo del sangue del cordone, mentre sono già oltre 20.000 i trapianti effettuati utilizzato quanto donato in modo altruistico. “Per farlo occorre prestare preventivamente il consenso. Tale scelta non comporta rischi né per la madre né per il bambino. E non comporta nemmeno modifiche sulla scelto del modo in cui partorire, compresa la possibilità di avvalersi dell'analgesia” prosegue l'ostetrica del Manzoni, abilitata al prelievo così come le colleghe. “Si procede dopo il taglio del cordone, che può essere fatto in caso di parto naturale senza problemi, se lo desidera, dal papà. Mentre il bimbo viene adagiato sulla pancia della mamma, l'ostetrica provvede alla raccolta del sangue che viene poi inviato, per quanto ci riguarda, alla Banca di Milano, dove seguirà uno stringente iter di controllo: solo se supererà le verifiche verrà effettivamente “imbancato” e crioconservato per una ventina d'anni. Le sacche che non arrivano ad essere ammesse vengono usate invece per la ricerca”.
Da Lecco, negli ultimi tre anni, sono state inviate presso l'istituto meneghino che si fa carico delle donazioni una sessantina di “cordoni”, un numero reso limitato anche dai vincolanti criteri stabiliti a livello internazionale per tale pratica che hanno comportato una flessione a livello non solo locale. Di questi, poi, solo il 24% - dato in linea con il trend nazionale – hanno superato il vaglio, venendo dunque inseriri in Banca.
“Per noi ostetriche la raccolta implica seguire un iter formativo, con verifica ogni anno, oltre ad un impegno extra nel quale la burocrazia ha un peso importante. Siamo anche abilitate alla raccolta del sangue cordonale dedicato” spiega sempre Rosanna Melesi, lei stessa datasi disponibile h.24, 365 giorni l'anno, per questa particolare attività, richiesta quando si sa già che, alla nascita di un bimbo, si rende necessario il prelievo per dare una speranza ad un fratellino o a un parente che necessita delle sue staminali. “Siamo anche in contatto, per questi casi, con volontari che si occupano del trasporto della sacca alla Banca”. Una macchina organizzativa perfetta insomma. Restando poi nel campo della “speranza”, questa volta in più per tutti, sarebbe poi importante diffondere la cultura della donazione anche tra le mamme di origini straniere: “ogni etnia – argomenta infatti l'ostetrica – ha le sue caratteristiche genetiche: è difficile trovare compatibilità per chi ha bisogno di un trampianto”.
Ma se poi, ceduto il sangue cordonale, è il donatore stesso ad averne bisogno? “Se la sacca ha passato i controlli ed è stata imbancata, c'è il 90% di possibilità di recuperarla” chiosano le ostetriche lecchesi. Un motivo in più per farci un pensierino...
A.M.
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