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Scritto Mercoledì 20 novembre 2019 alle 15:45

Processo Gilardoni Raggi X: documenti alla mano Roberto Redaelli si difende, 'ero uno scrivano, decideva tutto la Presidente'

L'ingegner Roberto Redaelli
"Uno scrivano", "l'addetto alle bozze", un semplice impiegato di settimo livello divenuto quadro solo nell'ultimo periodo "senza mai essere dirigente", un'altra vittima della Presidente, accentratrice di potere e decisioni, capace di fidarsi soltanto del dr. Alberto Comi, suo consulente e "tuttologo": così, con virgolettati suoi e sintesi nostra, quest'oggi si è descritto l'ingegner Roberto Redaelli, pescatese, classe 1980, rendendo esame al cospetto del giudice monocratico Martina Beggio nell'ambito dell'arcinoto procedimento penale ambientato tra le mura della Gilardoni Raggi X di Mandello del Lario che lo vede, dopo l'escussione di Maria Cristina Gilardoni, imputato cardine chiamato a rispondere - in via principale - di lesioni e maltrattamenti nei confronti di una serie di lavoratori, già sfilati in Aula nel corso della corposa istruttoria dibattimentale.
Ultimo dei soggetti a giudizio a accomodarsi al banco dei testimoni - prima di lui si erano seduti la dottoressa Maria Papagianni e il socio di minoranza Andrea Ascani Orsini, entrambi presenti all'udienza odierna a cui ha partecipato anche il figlio dell'ex patron, Marco Taccani Gilardoni già escusso nella sua veste di nuovo "leader" dell'impresa di famiglia, citata in causa quale responsabile civile - l'allora capo del personale ha prodotto ad inizio udienza, per il tramite del proprio legale, copiosa documentazione atta ad avvalorare la propria deposizione, motivo per il quale si è reso necessario posticipare alle 11 l'avvio del suo esame. Le altre parti hanno chiesto infatti di poter preventivamente prendere visione dell'imponente carteggio, poi passato in rassegna, grazie alle domande poste dall'avvocato Emanuele Maschi, dal proprio assistito, dilagante nelle risposte, tanto da venir ripreso in tre occasioni dal giudice che lo ha dapprima invitato ad limitarsi all'uso di un linguaggio "colorito" solo per ripetere eventuali frasi testuali riferite da altri soggetti; a non aggettivare la descrizione delle persone citate; a evitare commenti come "non sono un manico sessuale", espressione usata per dire che, contrariamente a quanto riferito da alcuni dipendenti, non controllava cosa succedeva ai lavandini del bagno dell'open space tramite le vetrate (installate "quando avevo 12 anni").
Entrato in Gilardoni nel marzo del 2005, prima con un contratto interinale poi assunto dal mese successivo direttamente dall'azienda, l'ingegnere ha riferito di essersi occupato in un primo momento del controllo di gestione per poi venir caricato di ulteriori mansioni alla prima promozione, approdando poi nel 2007 nell'ufficio personale, assumendone infine l'anno successivo la responsabilità precedentemente in capo ad uno storico collaboratore della Presidente andato in pensione e per un breve periodo ad altro collega presto entrato in rotta con la donna. Non prima però dell'ingresso in società, quale consulente del dr. Alberto Comi. Accusato di esercizio abusivo della professione, l'uomo ha già patteggiato, uscendo - formalmente - dal processo per venire invece a più riprese "tirato in ballo" nelle ultime due udienze, tanto da Andrea Ascani Orsini la settimana scorsa, tanto da Roberto Redaelli quest'oggi. "Lo coinvolgeva in tutto" ha sostenuto quest'ultimo dell'ex funzionario di Confindustria, facendo riferimento alla signora Maria Cristina Gilardoni, indicata come l'unica "che poteva prendere decisioni", ricordando altresì come "il personale rispondeva a lei, perché suo papà le aveva dato quell'incarico". Ed anche la sicurezza - altra questione che ha trascinato il pescatese a giudizio - era questione di diretta responsabilità della Presidente come a lungo argomentato per allontanare da sé ogni addebito come del resto già fatto, nel corso della mattinata, punto per punto in riferimento a ogni contestazione, dalle ferie negate ai provvedimenti disciplinari, dalle forme di controllo "esagerate" agli insulti rivolti ai collaboratori.
La tiritera - per la verità già proposta anche da Ascani Orsini - è stata sempre la stessa: "con la signora era impossibile avere un dialogo"; "decideva tutto lei"; "se le inculcavi un argomento se lo fissava in testa". Per Redaelli, dunque, era l'anziana a autorizzare o meno permessi o vacanze, tema ostico anche per lui, costretto - ha spiegato arrivando a commuoversi - ad allontanarsi dall'ufficio solo per pochi giorni nella settimana di ferragosto, venendo comunque tempestato anche al mare di chiamate dalla Presidente che gli avrebbe imposto, in un'occasione, di tornare in anticipo dopo aver discusso con una sua sottoposta. Sarebbe stato poi Comi, sempre secondo quanto riferito dall'imputato, a dirle che la donazione di sangue poteva essere fatta anche di sabato, innescando il problema - emerso nel corso dell'istruttoria - con l'AVIS. E sempre il professionista le avrebbe spiegato le modalità di concessione dei permessi per la 104, ingenerando un'altra questione di scontro con i lavoratori. "Se ho detto no, è no": questa, sempre secondo Redaelli, la risposta dalla Gilardoni dinnanzi a suo eventuali sollecitazioni in favore delle maestranze. "Io ho sessant'anni di esperienza. Quando tu avrai sessant'anni potrai parlare...".
Stesso iter per i provvedimenti disciplinari - "era la Presidente a decidere cosa contestare al dipendente. Io ero l'uomo bozza: la buttavo giù a caso, poi Comi correggeva" - e per i diversi "accorgimenti" messi in atto per controllare l'operato del personale che avrebbero "colpito" anche lui, rimproverato al secondo giorno in azienda per non aver compilato la "telefonica" e poi vistosi le gomme della macchina tagliate per essere sceso in produzione - inviato da altri - a cronometrare il tempo necessario per finire uno specifico macchinario a fronte del sospetto di un allungamento ingiustificato della lavorazione.
"Se sentivo urlare, andavo per cercare di mettere pace" ha aggiunto, in altro passaggio dell'esame, in riferimento alle "sfuriate" della Presidente, ricordando di aver visto un collega arrivare a dare una manata alla numero uno. "Io l'ho preso fisicamente e messo per terra. Era fuori di sé. Gli ho detto: ti lascio quando ti riprendi". Ammesso un "coglione" all'indirizzo dello stesso impiegato, registrato tra l'altro dalle intercettazioni operate dagli inquirenti ("ma era una critica a una risposta precedente") come di aver preso a male parole un proprio sottoposto, reo di aver commesso un errore in un bonifico, ma solo dopo essere stato egli stesso redarguito e umiliato dalla Gilardoni per non aver visionato il carteggio prima di sottoporglielo. Non serio e interrogativo il "sei il re degli asini?" riferito invece da altra persona offesa. Raccontata poi una presunta aggressione ai danni di Maria Cristina Gilardoni da parte del figlio, che in Aula  tra il pubblico ha negato l'accaduto. 
Esaurite le domande dell'avvocato Maschio, proposte seguendo la documentazione fascicolata dall'imputato, "l'interrogatorio" è proseguito nel pomeriggio con la parola alla pubblica accusa - rappresentata dal vice procuratore onorario Pietro Bassi - e alle altre parti. Si torna in Aula a dicembre.
A.M.
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