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Scritto Venerdì 06 dicembre 2019 alle 17:38

C'era una volta a Lecco/6: la rubrica si chiude... in rosso con l'amore per i monti di uno dei primi Ragni, 'Pepeto' Spreafico

Se per alcune persone la montagna è una passione, per altre una professione e per la maggior parte dei lecchesi un’affezionata cornice che fa da sfondo alla vita di tutti i giorni, per Giuseppe Spreafico – classe 1926 – non è nient’altro se non “un vero e proprio elemento del DNA”.

Giuseppe Spreafico

La storia d’amore che ha cambiato la sua vita ha infatti preso il via nel lontano 1946, quando i Ragni di Lecco – ormai consolidato sodalizio che annovera al suo seguito centinaia di “divise” rosse – avevano appena iniziato a tessere la propria tela, sotto la guida dei fratelli Giulio e Nino Bartesaghi: tra le prima persone a seguirli, c’è stato anche Giuseppe Spreafico – soprannominato “Pepeto” – che direttamente dal rione di Rancio, affiancato dagli amici originari del quartiere lecchese, ha varcato per la prima volta i cancelli del gruppo.

“Mio padre e nessuno della mia famiglia è mai andato in montagna – racconta Giuseppe, ad oggi ospite della Borsieri di Lecco, dove dalla finestra della propria camera ancora può scorgere le sue amate cime - ma io sono nato proprio sotto il Medale e ben presto ho cominciato ad andare a fare arrampicata sul Monte San Martino”. Quando però quella che era nata come semplice curiosità si è trasformata in un bisogno viscerale, il neo-fondato gruppo del Ragni si è ben presto tramutato nell’occasione perfetta per sentirsi a casa anche nello smisurato spazio ai piedi di una vetta. All’inizio – quando ancora la votazione attuale, convalidata dalla presentazione da parte di due membri del gruppo, non era ancora attuata e i Ragni dell’epoca venivano accolti esclusivamente in base alla loro passione per l’alpinismo – erano solo in quindici, uniti dallo stesso entusiasmo e dal desiderio di spingersi anche oltre i confini lecchesi.

I diari delle sue imprese

“Una volta superata la città di Lecco, andare in montagna sembrava quasi prepararsi a salire sull’Himalya” prosegue Spreafico sorridendo e scherzando su come quelle che oggi rappresentano la quotidianità “a spasso per il mondo” degli scalatori lecchesi, al tempo fossero delle missioni pionieristiche. “Dopo la guerra, siamo stati i primi della compagnia di Lecco a fare il Pizzo Badile, a confine tra Italia e Svizzera. La settimana dopo, invece, sono andati a fare il Disgrazia per la via normale: non c’erano nemmeno i rifugi perché li avevano bruciati i tedeschi e quindi dormivano in piccoli ‘casottelli’. Certo è che, al tempo, era difficile uscire da Lecco perché i mezzi erano quelli che erano” ammette Giuseppe, memore dei tempi passati a bordo del proprio scooter.

Nato come meccanico con la passione della montagna – la quale diventava la sua “amante” prediletta solo di sabato e di domenica, dopo una settimana esclusivamente votata al lavoro – Pepeto ha così trasformato il proprio hobby saltuario in una vocazione capace di riempire ogni minuto libero del suo tempo: dalle affezionate “Grigna e Grignone” fino a alla cime del Cervino, della “cresta bianca” sul Pizzo Bernina, del Monte Rosa e del Monte Bianco, l’alpinista lecchese ha così annotato sul proprio quaderno tutte le date e i nomi delle vette conquistate e delle ascensioni compiute, collezionando una lista lunga decine di pagine e anni di memorie. A farne parte, ricorda commosso Spreafico, sono stati anche i tre figli maschi, abituati fin da piccoli ad avere la neve sotto i piedi e l’aria aperta nei polmoni: una passione condivisa e cullata a più mani, vacillata in alcune occasioni – come di fronte alla morte prematura di uno dei figli durante una giornata di sci alpinistico – ma mantenuta salda in nome di ciascuna delle cime incise su quel quaderno, ciascuna delle quali continua a rappresentare un tassello indelebile della persona di Giuseppe Spreafico.

Oltre alle vette innevate, non sono poi mancati nemmeno numerosi sentieri di montagna e vie inesplorate a far da sfondo alla sua vita costantemente in marcia. “Fino all’età di 80 anni ho continuato ad andare in montagna, anche solo per andare a caccia con il cane o a funghi” continua il Ragno, che tra i suoi successi annovera non solo l’elezione come consigliere del CAI e, successivamente, come ispettore del rifugio Stoppani, ma anche il ruolo di guida alpina, dedicandosi per quasi un decennio alla colonia di giovanissimi ragazzi della Cassa Edile che facevano tappa in Valsassina. Ad immortalare ognuna di questa conquiste, all’epoca, c’era una piccola macchina fotografica “con tanto di esplosivo e soffietto”. Oggi, invece, solo le sue parole, che ancora riecheggiano rompendo i confini della sua stanza, e spingendosi fino a quelle vette che con più facilità riesce a chiamare “casa”.

Si chiede così la nostra rubrica dedicata alla Lecco di una volta raccontata di ricordo in ricordo dagli ospiti della Borsieri a cui rivolgiamo il nostro grazie per aver accettato di condividere un frammento della loro quotidianità di un tempo con i nostri lettori. Un grazie anche a chi ci ha fatto da gancio per incontrarli.
Rubrica a cura di Francesca Amato
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