• Sei il visitatore n° 174.078.122
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
cartoline
Scritto Sabato 21 dicembre 2019 alle 16:33

Omicidio di Sogno: Roberto Guzzetti scrive agli amici dal carcere di Monza, ''non devo vivere qui''

La pubblica udienza in Cassazione è stata fissata per il prossimo 2 aprile. Detenuto presso il carcere di Monza con l'accusa di aver ucciso, nel giugno  2016, l'anziana di Torre de' Busi Maria Adeodata Losa nella sua casa nella piccola frazione di Sogno, nell'attesa il 62enne Roberto Guzzetti, condannato in Appello a 22 anni di reclusione, ha scritto una lettera indirizzata agli amici a pochi giorni dal Natale, "il quarto che passo in carcere lontano dagli affetti e dai miei amati genitori", esprimendo "il desiderio di un piccolo regalo, affinché io possa continuare a tenere viva in me la speranza, come un biglietto di auguri, un pensiero di solidarietà, un sorriso sincero".


Roberto Guzzetti

"Provate a sentire la mia innocenza, ascoltate il silenzio che porto dentro senza mai scompormi da oltre tre anni: lo sentite ora quanto soffro per questa ingiusta condanna? La verità viene da noi che siamo qui, gli ultimi che non hanno nulla da dare se non una speranza vissuta con umiltà fino all’ultimo sorso": così si conclude lo scritto, che pubblichiamo integralmente di seguito insieme a quello firmato dagli "amici di Roberto".
Spett. Redazione

Un barbaro omicidio
Maria Adeodata Losa, 87 anni, la gran parte dei quali trascorsi a Milano al fianco di tre generazioni della stessa famiglia; dal 2006 era tornata al paese, Sogno, frazione di Torre de' Busi, per accudire la sorella maggiore. Viene uccisa  nel pomeriggio di giovedì 9 giugno 2016, ma il cadavere viene scoperto il sabato mattina dalla pronipote, quindi quarantotto ore dopo l’omicidio. Maria Adeodata è stata vista l’ultima volta nella giornata di giovedì, mentre il dramma è emerso nella tarda mattinata di sabato.
Raccapricciante il risultato dell’autopsia, eseguita dallo stimato dottor Paolo Tricomi, primario emerito dell’ospedale Manzoni di Lecco: due coltellate (arma mai trovata) al petto e sotto la mascella, inferte con violenza e senza alcuna colluttazione. Ma sul corpo dell’anziana erano state riscontrate pure, oltre a diverse ecchimosi al cranio, ben 11 coltellate, delle quali, appunto, due quelle risultate fatali, sferrate al collo. In gola invece le era stato trovato un pettinino per capelli. Una cosa normalissima… Di questo macabro particolare, però, si perdono le tracce nelle cronache.
Al 29 giugno ancora si brancolava nel buio. Escluso solo il suicidio, vociferato nei primi momenti del ritrovamento.
Molti gli attori di questa vicenda, tutti perfetti per un giallo che si rispetti, circoscritti in un minuscolo territorio: Sogno, frazione di Torre de’ Busi, circa 51 abitanti, recentemente tornata sotto la patria Bergamo.

Il colpevole
Ma il colpevole, alla fine, sarà Roberto Guzzetti.
Le forze dell’ordine arrivarono a lui, vicino di casa della signora Losa, grazie alle impronte ritrovate sulla scena del crimine, precisamente su macchie di sangue sopra la tovaglia del tavolo.
Viene descritto come una persona molto affettuosa, forse fin troppo, che amava il suo lavoro. Segnato dalla morte del fratello e di un caro amico.
Condannato in primo grado a 24 anni di reclusione, in appello, lo scorso 24 aprile 2019, si è visto ridurre la condanna a “soli” 22.
Roberto si è sempre dichiarato innocente e ci sono molte persone che gli credono fermamente, oltre, ovviamente, a tutta la sua famiglia.
Proprio ad essi, e non solo, Roberto ha voluto indirizzare una accorata lettera, che riportiamo integralmente, di cui chiediamo la pubblicazione.

Gli amici di Roberto
Cari amici
che mi avete seguito in questi anni, anche se non vi conosco, ma so che mi siete vicini, ho chiesto al dr. Pigazzini (lo psicologo che è stato anche suo perito di parte) di riportarvi alcuni pensieri per ringraziarvi e per scambiarci gli auguri che vorrei non siano solo parole d’occasione, ma parole e affetti che entrano nella vita di ogni giorno.
È il quarto Natale che passo in carcere lontano dagli affetti e dai miei amati genitori e le vicende che mi hanno travolto le conoscete; le ore passate nel silenzio di questa cella mi hanno reso ancor più consapevole della mia estraneità al delitto di cui sono imputato; in questi tre anni non ho mai fatto errori di comunicazione o avuto sensi di colpa, manifestazioni somatiche o discrepanze narrative o altro che potessero far nascere il sospetto che ci fosse qualcosa di nascosto, di non detto, che stesse minando il mio funzionamento mentale e, mi permetto di aggiungere, spirituale. Ciò che mi ha animato è una fede vera; mi sento di dirlo con onestà.
In uno degli incontri settimanali con il dr. Pigazzini gli dicevo: mi sento un po’ abbandonato da tutti, senza una sincera parola di sostegno, senza un sorriso; anche i volontari quando passano chiedono se ho bisogno di qualcosa e non “come stai”. Ogni tanto mi fermo a guardare fuori dalla finestra il mondo e vedo i gabbiani che sembrano gridarmi: “vieni fuori”! Qui non ho niente né libertà né serenità. Qui non puoi neanche piangere; ti disperi dentro di te e mi trovo a dirmi come Giobbe: “Signore che cosa vuoi da me?” Io non capisco che male ho fatto. È vero, ho detto delle cazzate ma tra qui ed uccidere ne passa.
Umanamente non ho speranza; è la fede nella giustizia di Dio che mi fa ritrovare la speranza, ma qui si fa fatica a credere e così c’è un Roberto che vive di speranza ed uno che è costretto a vivere senza speranza. Io non provo rammarico o risentimento, solo delusione. Tu hai capito che ho un cuore e una sensibilità e non poterli esprimere mi fa sentire ancor più in catene; incatenato a che cosa se non so perché? Io non devo dimenticare la speranza, perché io non devo vivere qui.
Avrei il desiderio di un piccolo regalo, affinché io possa continuare a tenere viva in me la speranza, come un biglietto di auguri, un pensiero di solidarietà, un sorriso sincero. Io vi regalo la mia innocenza, il dolore di una persona condannata che schiaccerebbe anche il più giusto degli uomini, il desiderio di una giustizia uguale per tutti e onesta. Provate a sentire la mia innocenza, ascoltate il silenzio che porto dentro senza mai scompormi da oltre tre anni: lo sentite ora quanto soffro per questa ingiusta condanna? La verità viene da noi che siamo qui, gli ultimi che non hanno nulla da dare se non una speranza vissuta con umiltà fino all’ultimo sorso.
Grazie per la vostra umanità.

Roberto Guzzetti
Casa Circondariale di Monza
Via san Quirico 6
Monza – 20900
© www.leccoonline.com - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco