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Scritto Martedì 31 dicembre 2019 alle 19:22

Il trentuno del dodici

Quanti anni ci sono in un anno? La frammentazione così ricca eppure a volte così dissipata delle nostre vite ha disseminato il calendario di continue ripartenze. Inizia un anno nuovo a gennaio, ma inizia anche a settembre, con la ripartenza della scuola, o con la nuova stagione del nostro sport preferito, o con la ripresa di quel corso di chitarra, lingue, cucina, yoga, che ogni anno riprendiamo, forse più per la voglia di ritrovarci con i vecchi amici che per la reale necessità di imparare qualcosa in più. Inizia un nuovo anno ogni compleanno, e ogni anniversario di matrimonio. Inizia un nuovo anno ogni volta in cui si accumulano i ricordi, e i rimpianti, perché anche i lutti sono anniversari.

Così è per me ogni 14 novembre, quando faccio gli auguri alla mia Alessandra che non c'è più da troppi anni ormai. Inizia un nuovo anno quando la mia Yeti - così mio figlio ha battezzato la nostra tartaruga - si ridesta dal letargo, ogni anno cresciuta.
E poi ci sono i libri, che anche loro compiono gli anni, e ci sono anni particolarmente fecondi e altri più aridi.
Ci sono anni che passano come giorni, e giorni che non trascorrono mai.
Questo incessante rinnovarsi e ripartire rende invero un po' comico il rito dei botti con i quali ogni trentundodici fuciliamo le stelle (fucilano, che io sono tirchio e i soldi li spendo in cibo, non in mortaretti).
Da anni il rito dell'Ultimo è la fiaccolata insieme coi maestri di sci. L'anno scorso ho portato anche mio figlio, finalmente saldo sulle lamine anche quando la neve di sera fa la crosta e le mani devi averle libere, senza racchette, perché la torcia con qualcosa devi tenerla, non so se mi spiego. Questo scendere leggeri, portando una luce, questo farlo insieme, in silenzio, ciascuno con i propri sogni, è una cosa che solo il trentundodici si può fare, sperando che il clima non ci tolga anche la neve di Natale, o che gli smartphone non sostituiscano le torce come già hanno fatto ai concerti con gli accendini e negli auguri a risposta stereotipata "anche-a-te-e-famiglia".
Capisco che la mia prospettiva sia un po' naïf, forse, ma sono uno scrittore, non un matematico, e mi piace vedermi così.
Un altro scrittore, più bravo e molto più maledetto di me (un giorno bisognerà capire se il maledettismo è a certi livelli una "condicio sine qua non" per la bravura), un giorno scrisse questo pensiero, che mai come quest'anno sento vicino:

"A fine anno non tiro somme, la matematica non è mai stata il mio forte. Spero di essere rimasto nel cuore di qualcuno, o contrariamente nel cestino della carta di qualcun altro".
(Ch. Bukowski)

Buon anno, allora!

Stefano Motta
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