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Scritto Domenica 12 gennaio 2020 alle 10:03

La pizza è partecipazione

Stefano Motta
Ho una simpatia per i valtellinesi, come per i ladini, in generale per la gente di montagna, che lavora senza apparire, che conserva principi saldi come la roccia dei loro monti familiari, forse perché tra pendii e vallate non sempre c’è campo, e il contagio della società liquida del web non li ha ancora raggiunti.
Bisogna fare qualcosa per estirpare questo morbo endemico dello stakanovismo e dell’educazione: che diamine!
Così mi ha fatto sorridere (e un po’ di invidia) leggere il clamore suscitato dall’iniziativa di un pizzaiolo di Villa di Tirano (Sondrio, appunto), che in modo ironico ma fermo richiama la sua clientela ai normali principi della buona educazione.
Nel suo locale, la Pizzeria Bagà, ha affisso questo cartello:

AVVISO A TUTTI I GENITORI
I bambini lasciati incustoditi a correre in giro per il locale, che urlano o in piedi su panche e sedie disturbano gli altri clienti. Pertanto, ci riserviamo il diritto di prenderli in cucina a lavare i piatti, con tanto di nastro adesivo sulla bocca.
I clienti che vengono nel nostro locale hanno il piacere di passare il loro pranzo/cena in assoluta tranquillità senza sottofondi di bambini maleducati che strillano.
Se tutto ciò non fosse possibile potete
1.    venire a “Bagà – La pizza digeribile” senza bambini;
2.    educare i vostri figli;
3.    cambiare pizzeria;
4.    starvene a casa vostra.
Firmato: l’Uomo Nero

Il ragazzo in questione ha però commesso un po’ di errori:
-    è giovane. Ha solo 25 anni. E i parvenu non sopportano che le lezioni vengano dai giovani;
-    è ironico. E come si sa ne ferisce più la lingua che la spada;
-    preferisce la qualità alla quantità (“alcuni clienti storici, finita la pizza o a metà della stessa, se ne sono andati perché non ce la facevano più a causa delle urla dei bambini", ha dichiarato a Repubblica), e come si sa, la qualità non paga;
-    ha creduto possibile la seconda opzione (che tenero, povero illuso)
-    ha usato in modo talora scorretto la punteggiatura. Ma di questo i genitori dei bambini di cui sopra non credo si siano resi conto.

Canta (non “cantava”, canta, perché la poesia non muore mai) Giorgio Gaber che “la libertà non è uno spazio libero: la libertà è partecipazione”. Insegnava Rousseau (quello vero) che il principio cardine che regola il vivere sociale non è l’assunto egotisco della mia libertà che finisce quando inizia la tua, e così facendo in un atollo di monadi, ma il mutuo accordo alla rinuncia di ciascuno a parte della sua libera e incontrollata determinazione, la cessione di un pezzetino della nostra libertà alla società, perché con i pezzettini di ciascuno costruisca una casa comune, fatta di regole condivise, per il bene di tutti, non del singolo. Si chiama “contratto sociale”. Un po’ come un “giropizza”, nobilissimo.
Allora forza ragazzo mio, tieni duro, tu che sei sui monti: sei in una pizzeria, non in un condominio, o sulla carrozza di un treno dove ciascuno bercia al telefono con buona pace degli altri, o per strada, o a scuola, che se rimproveri uno studente arriva il parentado tutto, con truppe cammellate, psicologi, colletti bianchi, talari, nani e ballerine. Da te l’educazione può ancora essere fatta rispettare.
Stefano Motta
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