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Scritto Domenica 15 marzo 2020 alle 16:27

Coronavirus: dal viaggio saltato all'Erasmus 'blindato' dove gli italiani insegnano come affrontare l'emergenza. Le esperienze di Chiara, Francesca e Naomi

Un'epidemia che non conosce confini o muri - né quelli improvvisati per l'occasione dalla Slovenia né quelli "formali" di Ungheria o Stati Uniti - ma che sa riconoscere un'unica razza, quella umana. E la attacca.
Ci scopre fragili, impreparati, impotenti, di fronte ad un nemico meschino perché invisibile eppure così potente. Talmente potente da affondare le proprie radici nella nostra quotidianità e stravolgerla, costringendoci a cambiare piani, annullarli, modificare il nostro stile di vita, le nostre abitudini, i nostri progetti presenti e futuri.

Chiara e la sua famiglia

Progetti come un viaggio all'estero, come nel caso di Chiara, della sua famiglia e dei suoi amici, che da Annone avevano deciso di prendere un aereo e trascorrere qualche giorno a Praga durante l'ultima settimana di marzo. "La notifica di annullamento dei voli, sia di andata che di ritorno, ci è pervenuta il 4 di marzo da parte della compagnia EasyJet, la quale ha proposto una modifica del giorno o un rimborso dei biglietti". Modifica che, come ci racconta Chiara, riguardava "un giorno prima o dopo delle date iniziali", che avrebbero dovuto essere il 26 e il 30 marzo. Una decisione che - anche se ora la compagnia ha annullato tutti i voli fino al 4 aprile - al momento sembrava dettata più da una questione di carattere economico (riempire gli aerei, tagliando quelli in eccesso) che di sicurezza; nonostante ciò, Chiara e i suoi compagni hanno deciso - prudentemente - di richiedere il rimborso dei biglietti in una situazione che non prevedeva ancora - le disposizioni sulla "chiusura" della Lombardia sono state successive - alcuna certezza rispetto all'infattibilità degli spostamenti fuori territorio. "Il fatto di imbarcarsi con i bambini, di cui uno di quasi tre anni, e l'eventualità di arrivare in aeroporto, essere sottoposti al controllo della febbre e, magari essere trattenuti per un 37.5, facilmente riscontrabile in bambini piccoli", ha fatto desistere "già all'epoca" i lecchesi dall'intraprendere loro gita di cinque giorni sperando che - visto il rimborso di volo e alloggio - possano recuperarla quanto prima.

Francesca a Almerìa

Tra le quotidianità "messe alla prova" dal virus, invece, ci sono anche quelle di chi ha deciso di fare un'esperienza di studio all'estero, come nel caso della nostra collaboratrice Francesca Amato, di Valgreghentino, studentessa di psicologia presso l'università Bicocca di Milano, la quale, al momento, si trova ad Almerìa (Andalusia, sud della Spagna) e ci racconta di una situazione che sembra essere quella vissuta qui in Italia all'incirca una settimana fa. Con i suoi 6.391 contagi, 195 morti e 517 guariti (dati al 15/3), la Spagna si porta, infatti, al quinto posto - preceduta da Cina, Italia, Iran e Corea del Sud - per numero di positivi sul proprio territorio. Data la situazione di evidente gravità anche il presidente spagnolo, Pedro Sanchez (la cui moglie è recentemente risultata positiva al Coronavirus), ha incominciato ad adottare misure stringenti nel tentativo di ridurre i contatti tra le persone e di limitare la diffusione dei COVID-19 proclamando, nella giornata di ieri, lo stato di emergenza sanitaria. La situazione raccontataci da Francesca è profondamente diversa da quella cui era abituata fino a poche settimane fa: "Il mio Erasmus qui è iniziato a fine gennaio, in un misto di euforia e stupore di fronte alla possibilità di vivere sul mare, a contatto con una cultura così aperta e calorosa e con un sistema universitario totalmente differente. Ora la situazione ad Almerìa sembra tutt'altra: lo scoppio del Coronavirus nel nord della nazione, inizialmente, sembrava qualcosa di lontano, tanto che qui fino ad una settimana fa nessuno pensava nemmeno per un secondo di smettere di andare in spiaggia, camminare sul "paseo" o abbandonare discoteche e locali". Una convinzione - trasformatasi poi in illusione - che ha accompagnato anche noi per tutto il mese di gennaio e parte di febbraio mentre pensavamo alla Cina in preda all'epidemia.

Il lungomare della località spagnola

"Oggi, invece, la crescita esponenziale dei casi, anche nel sud della Spagna, ha obbligato le autorità locali a chiudere l'Università, bloccare l'attività di bar e ristoranti, limitare al minimo gli spostamenti dei cittadini. Da lunedì qui la situazione diventerà identica a quella in Italia: a tutti verrà chiesto di stare in casa, uscendo solamente per fare la spesa o andare in farmacia. I contatti saranno ridotti al minimo, le lezioni si seguiranno online" così come sta avvenendo - o si cerca di far avvenire - in Italia. Nonostante le disposizioni, infatti, molte sono le notizie riguardanti alcuni "irriducibili" - o forse meglio ribattezzarli irresponsabili e incivili - che decidono di ignorare le indicazioni e continuano ad uscire come se niente fosse. Allo stesso modo, ci racconta Francesca, "ancora sembra che la maggior parte delle persone qui non si renda conto della gravità della cosa: noi che ci siamo passati indirettamente - tramite le voci dei nostri genitori, i visi in Skype degli amici e le testate giornalistiche tricolore - abbiamo un'idea di quanto potrebbero aggravarsi le cose e, soprattutto, di quanto rapidamente questo rischia di accadere", sperando che la stessa consapevolezza si diffonda, responsabilmente, anche tra i locali. Per quanto riguarda, infine, gli spostamenti e un eventuale ritorno a casa, la situazione appare piuttosto incerta: "anche la possibilità prima ventilata di un rimpatrio in Italia sembra non essere più possibile: le nostre università si sono infatti messe in contatto con la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane per organizzare voli emergenziali da Madrid a Roma, ma visto l'evolversi continuo della situazione questa opzione sembra essere sfumata per il momento. Impossibile, ora come ora, l'idea di prenotare un volo di linea individualmente", dovendo procrastinare a data da destinarsi il rientro a casa. "La mia speranza, a questo punto, è che queste misure straordinarie ci permettano davvero di contenere la situazione prima che ci sfugga di mano, prendendo l'esempio proprio dall'Italia": non a caso, proprio nei giorni scorsi, è stato lanciato da un gruppo di italiani residenti a Barcellona l'hashtag #covidhasnoborder ("il covid non ha confini"), nel tentativo di velocizzare l'introduzione di provvedimenti da parte delle autorità spagnole, ma anche europee, per limitare la diffusione del virus e poter vivere, studiare e lavorare al sicuro.

Naomi

In una situazione analoga anche una collega di Francesca, Naomi Albano, studentessa di psicologia in Bicocca che da Carenno ha deciso di intraprendere un'esperienza di studio all'estero presso la cittadina polacca di Cracovia. Poco meno di un mese fa, infatti, anche lei è partita per l'Erasmus in un contesto che vedeva l'emergenza coronavirus come qualcosa di lontano, relegato alla Cina. "Conosco ragazzi e ragazze da tutto il mondo, ci confrontiamo, andiamo alle feste, ci divertiamo, partecipo alle lezioni con entusiasmo e mi meraviglio della bellezza della città"; tutto questo finché, dopo due settimane dal suo arrivo "la spensieratezza" viene "sostituita da uno stato di preoccupazione perenne: il primo caso in Italia, la prima zona rossa, l'inizio di quell'escalation drammatica di cui siamo tutti tristemente a conoscenza. Le videochiamate con familiari e amici aumentano, il pensiero è costantemente a loro, in Italia, mi preoccupo che siano tutti al sicuro perché io lo sono, nessun caso in Polonia".
Come ci racconta Naomi, il primo incontro "ravvicinato" è datato 4 marzo: in quella data, infatti, viene registrato il primo caso sul territorio polacco, di fronte al quale gli studenti italiani non si sono fanno trovare impreparati, ma anzi cercano di "spiegare a tutti gli studenti Erasmus che si tratta dell'inizio di una storia di cui purtroppo conosciamo il finale, che è quindi fondamentale agire subito, stando a casa e applicando le norme igieniche di prevenzione. Decidiamo di metterci in auto-quarantena e proviamo a convincere gli altri a farlo, cosa più che difficile".
All'irresponsabilità degli altri studenti cerca di provvedere il governo polacco che ha decretato la chiusura di scuole, università e, in seguito, di luoghi pubblici e frontiere. "Una parte di me desidera tornare a casa per affrontare un momento così delicato insieme alla mia famiglia, l'altra è consapevole del rischio annesso ad un ipotetico viaggio di rientro", ci racconta Naomi, che ha deciso di restare a Cracovia per evitare ipotetici contagi.
La Polonia, che ad oggi conta 103 contagiati e 3 deceduti, pare si sia mossa con tempestività: "da subito i cittadini hanno appreso la gravità della situazione lasciando strade e negozi semi-deserti", mentre "l'università ha organizzato in soli due giorni tutto il materiale didattico online per garantire il proseguimento dei corsi". Certa che la situazione non permetterà, in tempi brevi, uscite e svaghi, "mi preparo ad affrontare le prossime settimane nel mio appartamento, che per fortuna mi permette di uscire all'aperto grazie ad un rooftop panoramico da cui mi piace osservare la città al tramonto e pensare che, anche se a chilometri di distanza, mi sento completamente vicina alla mia Italia".
A.A.
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