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Scritto Venerdì 20 marzo 2020 alle 17:12

L'anagramma di untore

Ho la fortuna di avere una casa su tre piani circondata da un ampio giardino, con prato, viale con i sassolini, alberi, fiori, siepi e persino orto.
Se ho bisogno di correre lo posso fare su e giù più volte – credetemi – funziona: il mio allenatore di quando giocavo a pallacanestro ci faceva allenare (o ci puniva: non l’ho mai capito bene) ammazzandoci di corse lungo le gradonate del PalaDesio, e all’epoca non avevo un filo di grasso. All’epoca.
Se voglio prendere aria lo posso fare attorno a casa. I figli giocano coi sassolini come fossero la sabbia del mare, e anche l’orto permette un po’ di svago. La magnolia e il nespolo fioriti ci ricordano che è primavera, nonostante tutto.
Ho la fortuna di avere un locale in mansarda adibito a palestra, con spinbike, panca per gli addominali, pesi e ovviamente televisione.
L’elenco dei miei poveri beni immobili serve a dimostrare ai cercatori di untori che NON SONO UNO DI QUELLI CHE HA BISOGNO DI USCIRE PER FARE SPORT. Lo dico in caps lock perché sono comunque fortemente infastidito dalla retorica minacciosa di chi in queste fasi riveste un ruolo politico, intrinsecamente “transitorio” e “di servizio”, e minaccia giri di vite di impronta orwelliana: ogni volta che sento il governatore di turno usare alla televisione la seconda persona plurale indirizzando moniti al volgo disperso che nome non ha, “rimanete in casa”, “non uscite”, “dovete…”, mi imbufalisco. Non perché l’abc della comunicazione efficace insegna che bisogna sempre essere inclusivi per riuscire efficaci, dare la sensazione – perlomeno – di essere parte attiva e coinvolta nel processo, quindi “rimaniamo”, “non usciamo”, “dobbiamo”, ma soprattutto per la spocchia che intravedo dietro il peso enorme della responsabilità, che se pur schiacciante non deve mai far perdere di vista l’umanità.
Scriveva il mio Manzoni al trentaduesimo dei Promessi che “la collera aspira a punire: [...] le piace più d'attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi». E quindi: «Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all'erta».
Il livore contro coloro che uscirebbero a sproposito di casa in scarpette da running e maglietta fluo assomiglia moltissimo a questa ignorante caccia all’untore, quasi che “runner” ne sia l’anagramma non così tanto approssimativo. A meno che questi tali non vadano in giro a tossire e starnutire con una gittata da missile intercontinentale, fatico a comprendere come il singolo corridore possa spargere il morbo urbi et orbi.
Lo ripeto: io non sono un runner, e non esco in bici da corsa né a correre a piedi perché non voglio incorrere in qualche piccolo incidente, fosse anche solo una distorsione, e creare di conseguenza problemi ai Pronto Soccorso che davvero non hanno bisogno del pirla di turno che si è storto una caviglia, ma voglio difendere la possibilità di esserlo, di uscire di casa da soli, di respirare la primavera, di fare la spesa, di vivere e non solo di sopravvivere. Il Grande Fratello di Orwell non agiva per il bene della gente: vorrei che ce lo si ricordasse, e che dai Promessi Sposi non si passasse a 1984.
Stefano Motta
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