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Scritto Sabato 21 marzo 2020 alle 18:47

Coronavirus: il racconto di Stefania, giovane soccorritrice di Calolzio. 'Ore in ambulanza e tanta paura, ma con il sorriso'

Stefania Longhi
Il ritmo è frenetico, l’adrenalina è tangibile. In pochi giorni tutto è cambiato nella sede di via Mazzini dei Volontari del Soccorso di Calolzio, dove il telefono squilla senza sosta. E, più del solito, non c’è tempo da perdere. Perché 9 volte su 10 la centrale operativa parla di un caso sospetto o conclamato di Coronavirus, che per le giubbe arancioni significa sostanzialmente tre cose, ormai di routine: “bardarsi” da capo a piedi, guardarsi negli occhi per infondersi coraggio e salire a bordo di un’ambulanza sanificata pochi minuti prima, per un’uscita che potrebbe durare anche otto ore. “E non ci si può distrarre nemmeno un secondo” ci racconta la 25enne Stefania Longhi, che dopo un’esperienza di servizio civile nell’associazione ha ulteriormente intensificato il suo impegno di volontaria, per cui ormai trascorre in sede quasi tutti i giorni. “È cambiato anche il modo di affrontare le uscite: la concentrazione non può mai venir meno, è indispensabile per proteggere il paziente, ma anche se stessi e gli altri membri dell’equipaggio. Una piccola distrazione può costare cara: insieme alle responsabilità è aumentata anche la paura, che però va tenuta sotto controllo. Stiamo lottando contro un nemico invisibile, ma non per questo meno presente: anche quando si seguono tutte le indicazioni alla lettera non si ha mai la certezza di aver tenuto il virus a debita distanza da noi”.
Dopo alcuni momenti di comprensibile scoramento a seguito dell’isolamento forzato di un’équipe entrata a stretto contatto con un anziano contagiato (e poi, purtroppo, deceduto), i Volontari del Soccorso di Calolzio si sono subito dati da fare per fronteggiare l’emergenza. “Abbiamo sistemato la sede in modo tale da disporre di alcuni spazi per la decontaminazione e l’eventuale isolamento preventivo, anche per chi, sospettando un contagio, non potrebbe restare in quarantena in casa propria” prosegue Stefania. “Il magazzino, poi, è stato adibito alla sanificazione dei mezzi, un’azione che ormai viene ripetuta in continuazione, dopo ogni uscita. Molti volontari ormai fanno solo quello, magari alternandosi con altri al centralino, se non se la sentono di salire in ambulanza: in questi momenti è fondamentale il contributo di tutti, e qui il messaggio è stato recepito. La nostra sede è diventata un luogo straordinario”.

E, dal tono di voce con cui ci racconta la sua nuova quotidianità, non è difficile crederle. “Qui si respira il vero spirito del volontariato, ci si sente parte di una grande famiglia: nonostante la paura e la stanchezza non si rallenta mai, ci si dà una mano a vicenda e, di tanto in tanto, si scherza un po’, per alleggerire la tensione. Di giorno in giorno ciascuno di noi capisce che non siamo soli: tra di noi siamo molto coesi, ma anche la cittadinanza ha dimostrato di essere al nostro fianco con tante donazioni e consegne di dispositivi di protezione; siamo stati inondati di mascherine, occhiali, camici e prodotti per la sanificazione – di cui avevamo un gran bisogno – ma anche di tanto affetto e riconoscenza”.

Una spinta in più, come sottolinea Stefania Longhi, per affrontare giornate spesso interminabili, in cui si trascorrono in ambulanza anche sei-otto ore, in attesa di affidare il paziente alle cure del personale sanitario. “È una situazione drammatica e allo stesso tempo paradossale: gli ospedali, in alcuni casi, non sono più un luogo sicuro per i malati. Personalmente non mi sono ancora trovata a dover soccorrere una persona contagiata in condizioni gravi, ma una consapevolezza mi ha colpita molto: in questi giorni più che mai, medici e infermieri devono compiere scelte difficili, decidendo in pochi minuti a chi dare la precedenza per entrare in Pronto Soccorso. E questo mentre le ambulanze sono in coda nel parcheggio, magari da ore, con noi operatori in ansia per le condizioni del nostro paziente, che potrebbero aggravarsi da un momento all’altro: ho provato anche io questa sensazione, ferma in ambulanza, impotente, per più di tre ore nel mezzo della notte. È tosta. E tutti noi torniamo a casa stremati, riconoscendo sempre la stessa preoccupazione e stanchezza negli occhi degli amici che incrociamo in sede prima di staccare. Eppure non ci manca mai il sorriso, la passione che ci fa tornare lì, magari meno di 24 ore dopo”.
Benedetta Panzeri
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