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Scritto Mercoledì 25 marzo 2020 alle 17:07

I metalmeccanici in sciopero: le adesioni sfiorano il 70% nel lecchese. I sindacati: bene il fermo temporaneo delle attività

La pressione esercitata dai sindacati sul Governo, rispetto alla riduzione del numero di attività definite essenziali dal DPCM firmato dal presidente Giuseppe Conte domenica sera, sembra aver fatto il suo effetto. E’ di oggi pomeriggio la notizia che un accordo con le parti sociali è stato raggiunto e si saprà presumibilmente a breve quali aziende risulteranno scremate dall’elenco dei codici ATECO delle categorie alle quali è stato permesso di proseguire la loro attività in quanto strategiche. E qualche ora fa si è concluso anche lo sciopero indetto dalle principale sigle sindacali del settore metalmeccanico lombardo, che nel Lecchese, come confermano i segretari della FIOM e della FIM di Lecco, Maurizio Oreggia ed Enrico Vacca, ha raggiunto un livello di astensione pari a circa il 70%. Otto ore di sciopero che CGIL, CISL e UIL avevano proclamato in Lombardia e Lazio proprio per chiedere misure più restrittive nei territori maggiormente colpiti dal coronavirus. Nel Lecchese, dove i contagi hanno superato i mille casi nella giornata di martedì 24 marzo, non è mancata l’adesione ma nemmeno aziende che hanno scelto una via responsabile, riducendo laddove possibile la produzione e facendo uso degli ammortizzatori sociali messi a disposizione per fronteggiare l’emergenza.



Sindacalisti e tesserati della FIM di Lecco hanno postato in rete
foto lanciando il medesimo messaggio: prima la salute


Ci sono, secondo quanto riportano i due segretari interpellati, aziende escluse dalle categorie considerate essenziali dal DPCM del 22 marzo che hanno già avanzato al Prefetto di Lecco dichiarando di avere tutti i requisiti per farne parte e continuare perciò a lavorare. ''Nelle realtà in cui siamo presenti abbiamo raggiunto un livello di astensione del 70%, ma sappiamo – anche se è una stima spannometrica – che l’adesione allo sciopero di oggi c'è stata anche dove non siamo presenti'' è stato il commento di Oreggia, segretario della Fiom lecchese. ''E’ uno strumento che abbiamo messo a disposizione proprio per raggiungere tutti quei lavoratori che in questo periodo si sono sentiti lasciati soli, una delle componenti messe in campo per far sì che ci sia un intervento sulla lista delle aziende considerate strategiche ed indispensabili, che com’è stata ragionata non garantisce assolutamente che si riduca il più possibile il contagio. Abbiamo ricevuto un ringraziamento da tanti lavoratori per quello che abbiamo fatto, ma nel nostro territorio non mancano di certo le realtà dove si è fatto un lavoro egregio di condivisione con i vertici aziendali. Stiamo trattando circa 350 richieste di cassa integrazione. Il lecchese è sicuramente uno dei territori della Lombardia che registra il maggior numero di aziende metalmeccaniche che hanno deciso di loro spontanea volontà di fermarsi o ridurre progressivamente la produzione. Posso citare gli esempi della Fiocchi Munizioni, della Carcano o della Technoprobe, tutte realtà in cui i delegati hanno fatto un ottimo lavoro nelle commissioni costituite e creato le condizioni affinchè il lavoro, dove presente, potesse avvenire in sicurezza. Molte sono state le aziende che hanno saputo dare una risposta alla paura. Registriamo comunque – conclude Oreggia – realtà in cui lo sciopero di oggi è servito a far comprendere che i lavoratori non si sentono al sicuro''.
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Dello stesso avviso anche Enrico Vacca, segretario della FIM CISL Monza Brianza Lecco, secondo il quale fermare oggi le attività potrebbe produrre addirittura meno perdite economiche rispetto al mantenerle aperte, con il rischio che vengano a mancare ordini e materie prime. ''E’ da premettere che in questi giorni, grazie anche al lavoro fatto dai delegati delle organizzazioni, in molte aziende lecchesi si sono verificate chiusure spontanee e funzionamenti al minimo'' ha spiegato. ''Lo sciopero di oggi è andato ad impattare principalmente su fabbriche ancora aperte ed in larga parte piccole realtà, dove manca la presenza sindacale. Risulta anche a noi una stima del 70% di adesioni. Questo significa che FIM, FIOM e UILM hanno toccato un nervo scoperto, andando incontro alle esigenze di lavoratrici e lavoratori che ancora vivono una situazione di tensione nei luoghi di produzione. Per noi, di fatto, l’obiettivo non è mai stato di per sé quello della chiusura delle attività. Riteniamo che il fermo o la limitazione al minimo delle aziende sia lo strumento più funzionale a contrastare il più possibile la diffusione del contagio del coronavirus. E’ importante segnalare che in questi giorni l’assenteismo medio dei lavoratori ha raggiunto punte del 40-50%, numeri impensabili per il nostro territorio. Dobbiamo poi considerare cosa rischia di comportare l’accorciamento delle filiere produttive. Pensiamo che in Germania la Volkswagen ha messo in cassa integrazione 80mila dei suoi 120mila dipendenti. Il 33% dei componenti automobilistici vengono realizzati in Italia e sappiamo che il lecchese abbonda di aziende che lavorano in questo settore. Dal punto di vista produttivo, uno spegnimento controllato e la fermata per due o tre settimane, oltre ad avere il pregio di acuire la lotta contro il contagio, consentirebbe una volta passato tutto questo di programmare un eventuale ripresa complessiva di tutto il settore. Di questo passo verranno a mancare materie prime e ordini, e ciò che in due o tre settimane ora si può far ripartire dopo non sarebbe più possibile a quel punto potrebbero volerci due o tre mesi, rischiando di avere più danni economici di quanti ne avremo adesso''. Rispetto al numero piuttosto elevato di aziende che in queste ore hanno avanzato un’autocertificazione alla Prefettura per mantenere viva la produzione, pur non essendo considerata attività essenziale nemmeno nell’elenco delle 80 categorie inserite nel DPCM del 22 marzo (e che è stato appena rivisto sulla base dell’accordo raggiunto tra Governo e sindacati), il segretario Vacca ha spiegato che ''in molti casi questo fenomeno si configura come un mero espediente per continuare a produrre''. ''E’ una cosa che non possiamo permettere, in primis per la tutela dei lavoratori'' ha concluso. ''Oltretutto, è un atteggiamento che mette a disagio quelle imprese che si sono dimostrate più avvedute e più capaci dal punto di vista organizzativo di fronteggiare l’emergenza andando al minimo''.
A.S.
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