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Scritto Mercoledì 29 aprile 2020 alle 11:48

In viaggio a tempo indeterminato/125: quei momenti difficili...

“Quale è la situazione più difficile che avete dovuto affrontare durante il vostro viaggio?”
Questa domanda ci è stata fatta spesso durante gli ultimi due anni. In genere accompagnata da “ma non vi va mai niente storto?” a cui segue una nostra toccatina dove serve perché, anche se non siamo scaramantici, è sempre meglio non rischiare.
E fino a qualche settimana fa, o meglio fino a qualche mese fa, “situazione difficile” nella nostra testa era associato a diversi episodi del nostro viaggio.
Ah bei tempi quando non sapevamo nemmeno cosa fosse una pandemia mondiale.
Che poi è l’incubo di ogni viaggiatore quello di essere in viaggio ma non poter viaggiare.
Sembra una barzelletta di quelle che non fanno molto ridere, del tipo “sai qual è il colmo per un viaggiatore?”
Comunque prima di questo virus, della quarantena e del furto che si sono aggiudicati il primo posto a pari merito nella nostra classifica personale delle situazioni difficili affrontate da quando siamo partiti, gli episodi che raccontavamo per rispondere alla domanda erano giusto un paio.
Il primo era legato proprio a quel giorno, quel 9 Gennaio 2018.

VIDEO: 


Eravamo arrivati all’aeroporto di Malpensa super carichi di emozioni contrastanti e con le facce di due che non hanno chiuso occhio la notte prima.
Il cielo era grigio e c’era anche quella pioggerellina fastidiosa, insomma tutto nella norma milanese.
Arriviamo al banco del check in e consegniamo i nostri passaporti alla signora dalla compagnia aerea che ci sorride gentile.
Da un’occhiata, li scannerizza, alza lo sguardo dal computer e ci dice: “Posso vedere il vostro volo d’uscita dalla Malesia?”
“Non abbiamo un volo d’uscita, pensavamo di stare i tre mesi di durata del visto e poi uscire via terra per andare in Thailandia” Le risponde ingenuamente Paolo.
“Mi spiace, ma se non avete un volo d’uscita dal Paese non posso farvi imbarcare sull’aereo”
Paolo mi guarda con una faccia che dice “siamo fregati”.
Io avevo controllato sul sito della Farnesina nei giorni prima e non c’era nessun riferimento all’obbligo di avere un volo d’uscita.
“E ora che cosa facciamo? ” Mi dice Paolo usando un gergo molto più colorito di questo (che non riporterò dato che questo è un giornale serio).
Per fortuna eravamo arrivati con un largo anticipo a Malpensa, quindi abbiamo avuto tutto il tempo di comprare un biglietto economico che da Kuala Lumpur ci portasse in qualunque altro Paese.
25€ per un volo verso Yangon in Myanmar.
Lo prendiamo al volo (per restare in tema) e così finalmente possiamo partire.
Quando si dice iniziare con il piede giusto.


Per gli altri momenti “difficili” del nostro viaggio, dobbiamo pensarci un attimo.
Escludiamo tutti gli hotel orribili in cui abbiamo dormito perché se mi mettessi a raccontare di tutte le volte che abbiamo dovuto usare il nostro sacco a pelo per quanto le lenzuola fossero sporche, di tutti i muri pieni di macchie di sputo rosso che abbiamo incontrato, dei bagni in camera che erano talmente sudici da far rimpiangere le toilette condivise con altre 20 persone, del topolino che una notte ci ha svegliato mentre frugava nel cestino accanto al comodino… beh se dovessi raccontarvi di tutte queste belle esperienze, staremmo qui fino alla fine della quarantena. No, non la quarantena italiana che dal 4 maggio sembra vada meglio, ma di quella messicana che fino al 30/05 ci vede tutti  bloccati qui con l’hashtag #quedateencasa (chiuditi in casa).
Eliminiamo dalla classifica anche i viaggi interminabili su bus pienissimi, treni dove siamo dovuti stare seduti per 18 ore senza poter andare nemmeno a fare pipì per non perdere il posto, nottate passate sui pavimenti delle stazioni.
Direi che è il caso di escludere anche gli effetti collaterali del cibo di strada e del piccante, anche perché per nostra fortuna, non sono mai stati tanto gravi (tocchiamo legno per scaramanzia).
Tutti questi “inconvenienti” fanno parte del viaggio e considerarli situazioni difficili, vorrebbe dire descrivere questa avventura come un incubo, quando in realtà è sempre stata una meraviglia… o almeno per il 99,9% delle volte.
Ma ecco cosa comprende quello 0,1% (classifica in ordine temporale):
1) Io, Angela, che svengo davanti a una banca in Myanmar. Facevamo molto molto caldo a Mandalay e avevamo bevuto dell’acqua decisamente troppo ghiacciata.
Ricordo che mentre tornavamo alla nostra guesthouse, aveva iniziato a farmi molto male lo stomaco. “Pa, fermati, non mi sento bene” avevo detto a Paolo mentre mi sedevo sulle scale fuori da una piccola banca.
“Dai alzati che siamo quasi arrivati.” Mi aveva detto lui.
Mi alzo e bam, cado per terra a pochi passi dalla guardia della banca.
Lui e Paolo mi fanno alzare, faccio pochi passi dentro la filiale e bam cado di nuovo a terra.
Mi risveglio poco dopo con Paolo che mi urla “cosa devo fare?”, un signore che mi massaggia il pollice, un altro che mi passa degli oli profumati sotto il naso e un terzo che mi regge le gambe.

2) Quella volta che provano a sequestrarci su un bus a Medan (Sumatra)
Saliamo sul bus e siamo gli unici passeggeri. Ci sediamo nei posti davanti e sistemiamo gli zaini sotto i nostri piedi. Dopo pochi secondi salgono altri tre uomini. L’autista chiude la porta e mette in moto.
A quel punto i tre ci si avvicinano e ci chiedono di pagare il biglietto. Dalle loro facce capiamo chiaramente che nessuno di loro lavora per la compagnia di autobus, anche perché il prezzo del biglietto che ci dicono è 10 volte tanto quello reale.
Diciamo che pagheremo all’arrivo direttamente all’autista, che è come abbiamo sempre fatto da quando siamo a Sumatra. I tre iniziano a innervosirsi e a toccare il braccio di Paolo, a mettergli le mani sulle spalle. L’autista a pochi centimetri da noi, finge di non sentire nulla. A quel punto, presa dalla paura che questi tre siano armati, mi metto a urlare “stop, stop, stop” urlo all’autista che sembra uscire dal suo torpore e si ferma di colpo a lato strada.
Prendiamo gli zaini e scendiamo.
Ci fermiamo in un piccolo barettino ad aspettare che passi il bus successivo ma quando ci saliamo, stessa scena.
Altri tre uomini con le stesse facce poco affidabili ci chiedono di pagare il biglietto questa volta 20 volte più caro. Anche in questo caso l’autista finge che non stia succedendo nulla.
Per fortuna, però, questa volta arriviamo a un’altra stazione degli autobus.
Le porte si aprono ma nessuna delle persone che aspettano sul marciapiede sale.
Siamo soli con questi 3 brutti ceffi che ci chiedono soldi.
Non vogliamo cedere e così fingiamo di non sentirli. Non alziamo nemmeno gli sguardi nella loro direzione, sperando che si arrendano per sfinimento e ci lascino in pace.
Passano 5 minuti così, con questi 3 che ci danno pacche sulle braccia e noi che non reagiamo.
A un certo punto Paolo si gira verso di loro e gli urla “stop, I don’t give you money”.
In quel momento, una delle signore che stava aspettando fuori dalla porta, sale sull’autobus, guarda quei 3 e dice qualcosa all’autista con un tono arrabbiato.
Lui si gira e fa cenno agli altri uomini di andarsene.
Finalmente ci lasciano in pace e partiamo. Sumatra è uno dei posti più belli dove siamo mai stati, ma che ansia in quei momenti.

3) Paolo che viene inseguito fuori da un ATM a Tijuana
Arriviamo a Tijuana che sono le 4 del pomeriggio. Sta iniziando a fare buio, così decidiamo di cercare per prima cosa un hotel. Ne troviamo uno orribile, gestito da un tizio con un sombrero bianco che sembra un cowboy e che non ci vuole nemmeno dare le chiavi della porta.
Non abbiamo pesos con noi perché abbiamo appena attraversato il confine con gli Stati Uniti, così mentre io resto in camera, Paolo va all’unico ATM aperto e dopo aver prelevato l’equivalente di 50 euro, esce dalla banca e vede questi due tizi che si guardano e iniziano a seguirlo. Lui si mette a correre e per fortuna l’hotel del cowboy non è lontano.
Piccole disavventure insomma.

Ah comunque sono andata su internet a cercare quale sia il colmo per un viaggiatore…
“Il colmo per un viaggiatore alla stazione? Perdere il treno per essere andato al bar a prendere un espresso”
Ok, forse fa ancora meno ridere di quello che mi ero inventata io!

Un abbraccio
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