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Scritto Lunedì 18 maggio 2020 alle 17:35

'E io pago!': la fase due bis dei bar si apre con nuove spese e incassi in picchiata, tra dubbi sulle regole e la paura dei clienti

È ufficiale: la fase due "bis" - così come è stata ribattezzata in gergo specialistico - è cominciata. Come il resto d'Italia, anche Lecco e provincia si apprestano a riprendere - con qualche cambiamento, evidente, necessario - da dove erano rimaste agli inizi di marzo.
La data odierna costituisce, forse più delle altre "fasi", uno spartiacque tra il prima e il dopo, tra quello che è stato e quello che sarà, restituendo alla società civile un carico di responsabilità prima limitato dalle prescrizioni e dai divieti, dalle limitazioni e dalle autocertificazioni (diventate, lo ricordiamo, non più necessarie per gli spostamenti all'interno della regione). Abbiamo perciò deciso di fare un giro per alcuni bar e ristoranti per capire come commercianti e clienti si stanno approcciando alla fase due "bis".  

"Ci siamo attrezzate già da aprile con la consegna a domicilio, mentre dal 4 maggio abbiamo cominciato a fare il take away: da oggi inizia una nuova fase". Con queste parole Sara Isacchi, titolare insieme alla sorella del bar Fiore di Luna a Valmadrera, da il la al racconto della propria esperienza durante un lunedì mattina decisamente surreale. Tazzine e cucchiaini in plastica, plexiglas protettivo tra bancone e cliente e tavolini all'esterno: sono state queste alcune delle "regole" che le titolari si sono date per poter lavorare e offrire agli avventori un luogo sicuro e igienizzato. "Abbiamo precluso l'accesso all'interno, sfruttando esclusivamente il suolo pubblico antistante al bar". Seguendo i consigli del governo e degli esperti, per cui i luoghi all'aperto si prestano maggiormente alla situazione attuale vista l'importanza del ricambio dell'aria, le due esercenti si sono organizzate allestendo alcuni tavolini da disinfettare ogni qualvolta un cliente se ne va.
Le difficoltà, nonostante la possibilità di continuare a prestare servizio con consegna o da asporto nei mesi precedenti, non sono mancate e non mancano: "ho incassato un ventesimo rispetto al fatturato in tempi normali, nonostante le spese principali di affitto e bolletta siano rimaste" ci racconta la titolare. Quello che più manca, come traspare dalle parole di Isacchi, è il "rapporto con i clienti: prima il fatto di venire al bar, bere qualcosa, poteva costituire un momento di svago e qualche volta anche di sfogo, mentre adesso è tutto molto diverso".
Qualche perplessità emerge per quanto riguarda il momento "aperitivo", rispetto al quale le disposizioni rimangono confuse: "non sappiamo ancora bene come comportarci, anche perché c'è il problema di stabilire le distinzioni tra congiunti o meno". Se i clienti sono famigliari, infatti, pare che non sia necessario mantenere la distanza indicata da INAIL di 2 metri (poi rettificata dal governo in 1 metro); in caso contrario, la distanza interpersonale dev'essere di almeno un metro, fatta eccezione per chi decide di installare plexiglas divisori al tavolo. "In generale percepisco molta paura diffusa, sia per quanto riguarda i clienti che per quello che mi riguarda in un'eventuale e ulteriore diffusione dei contagi", una paura con la quale, molto probabilmente, si dovrà convivere per un po' di tempo ancora.  

D'accordo con l'esercente del Fiore di Luna anche Ida Colombo, titolare del Caffettino in via Roma sempre a Valmadrera, la quale sottolinea l'elemento paura come centrale all'interno della (tanto attesa e sperata) ripresa: "la gente ha paura, è titubante, alcuni dei miei clienti abituali vogliono comunque usufruire dell'asporto anche quando potrebbero sedersi e consumare la colazione in comodità". "Se fossi venuta tre mesi fa, a quest'ora, avresti trovato il bar pieno", continua la titolare, "ora invece l'afflusso di gente è sensibilmente diminuito".
Un'ipotesi, quella della contrazione causata dalla paura, che trova d'accordo anche una cliente presente all'ingresso del bar: "non si sa come muoversi, si è impacciati, c'è il timore a sedersi o ad appoggiare banalmente la borsa sulla sedia". Organizzatasi con tre postazioni al banco, tre ai tavolini interni e tre a quelli esterni, Colombo cerca di gestirsi, da sola, in quello che considera ormai un "doppio lavoro": "devo fare attenzione anche a come si muovono le persone quando arrivano qui, se hanno la mascherina o meno, se mantengono le distanze tra loro; tutto questo mentre continuo a svolgere le mansioni di sempre". Una nota positiva sottolineata dall'esercente è da ritrovarsi nell'amministrazione comunale e in come è stata gestita l'emergenza sanitaria: "il sindaco è stato disponibile ad ascoltare i nostri bisogni: siamo stati fortunati" conclude Colombo.  

Con le consegne e il take away si sono organizzati anche i titolari del Covo Nord-Ovest, ristorante e bar che si affaccia sul lungo lago di Malgrate, non appena i decreti ministeriali lo hanno permesso: "abbiamo cominciato qualche giorno prima di Pasqua con il delivery per poi accostarlo all'asporto a partire dal 4 maggio", ci racconta Chris Del Giacco, titolare dell'esercizio. Gli introiti, come ipotizzabile, sono stati decisamente inferiori rispetto alla norma, "ma ci siamo detti: piuttosto che niente, meglio piuttosto", nonostante alcuni episodi in cui "qualcuno se n'è approfittato, facendosi portare un'unica pizza a chilometri di distanza", ovvero in cui il rapporto tra scontrino e costo della benzina è risultato piuttosto squilibrato.
Tanta, anche qui, è la paura percepita nei clienti, compensata però dalla voglia e dall'entusiasmo di poter riaprire i battenti. Nonostante ciò, qualche difficoltà è stata riscontrata nel recupero dei dispositivi di protezione individuale e, nello specifico, nei guanti in lattice, diventati nelle ultime settimane "quasi introvabili o a prezzi esorbitanti: un pacco da 100 guanti che prima mi costava 5.90 euro ora arriva a costarmi 16 euro". Altrettanto dispendiosi sono risultati i termometri, arrivati a costare 100 euro, nonché le colonnine dove predisporre il gel igienizzante, ugualmente care e "potenzialmente inutili, quando l'emergenza sarà rientrata".
Anche in questo caso, i titolari hanno sottolineato la confusione normativa in merito alla questione dei congiunti e delle distanze da rispettare: "abbiamo diminuito notevolmente il numero di tavoli all'interno, aspetto che però è stato compensato dalla possibilità di usufruire di uno spazio maggiore di suolo pubblico al di là della strada".
In generale, la sensazione è che molto ricada sulle spalle dei singoli titolari senza avere il supporto di un ente sanitario in grado di facilitare l'attuazione, all'interno dei locali, delle norme precauzionali: l'incertezza, in questi casi, si accompagna spesso alla paura di poter ricevere sanzioni a causa di una scorretta applicazione delle disposizioni che, in questo ambito, spesso lasciano spazio ad un'ampia interpretazione.
La possibile chiusura delle frontiere e quindi dell'assenza di turisti esteri sembra non preoccupare particolarmente i titolari per cui "la nostra clientela è principalmente locale. So però di alcuni colleghi di Bellagio che hanno deciso di non riaprire affatto, proprio perché gli avventori provengono dall'estero e principalmente dagli Stati Uniti", attualmente martoriati dal Covid-19. 

Tanta voglia di ricominciare e di ripartire emerge anche dalle parole di Flavia Casati, titolare della caffetteria Bio Shop Pascucci all'Isolago di Lecco: "c'è molta voglia, molto entusiasmo di riprendere, anche solo per rivedere alcuni volti di clienti affezionati che, quando abbiamo chiuso agli inizi di marzo, temevamo di non rivedere più". Accanto all'entusiasmo della titolare, però, non mancano le premure e gli scrupoli di chi vuole ripartire in sicurezza: "a casa ho una cartella interamente dedicata alle normative Covid, stilata insieme al commercialista e consultando le direttive dell'associazione di categoria: l'obiettivo è quello di lavorare e accogliere gli avventori con gli standard di sicurezza più alti possibile". A tal proposito Casati ha deciso di precludere ai clienti l'ingresso fisico nel bar, sfruttando lo spazio esterno in cui, però, la capienza è sensibilmente ridotta: "mantenendo la distanza di un metro tra una persona e l'altra posso accogliere molti meno clienti rispetto a prima". Dalle tazzine usa e getta ai menù plastificati (e quindi disinfettabili) o online: le accortezze messe in campo sono volte a "dare fiducia ai clienti e restituire loro momenti di normalità, specialmente ai più giovani abituati a passare del tempo in compagnia".  

"Da quando ci è stato permesso, ho deciso di stare aperto solo la mattina perché i clienti, di solito, vengono per colazione o per un caffè; anche oggi si è vista poca gente, forse perché è lunedì e quindi i negozi non sono aperti". Così il titolare del caffè Santa Marta comincia il proprio racconto nel primo giorno di apertura (quasi) completa. Il movimento in centro città, però, è comunque considerevole se paragonato a quello di qualche settimana fa e le opinioni delle persone sono piuttosto eterogenee, a detta del titolare: "c'è un 30% secondo cui questa riapertura ci riporterà alla situazione di prima, un altro 30% che è convinto che tutti abbiano avuto il virus e un altro 30% per cui prima o poi si sarebbe dovuti uscire".
Tanta preoccupazione per i costi e le spese da affrontare: "speriamo di reggere il colpo, speriamo che i locatori ci vengano incontro in una situazione in cui tutti stiamo sperimentando una contrazione delle entrate e speriamo, inoltre, che il comune intervenga per garantirci delle agevolazioni".
La prova del nove, secondo il titolare, la si sperimenterà in autunno, quando molti esercizi capiranno se si riuscirà ad assorbire il contraccolpo di mesi di chiusura e della diminuzione del fatturato. "Spero che per dicembre tutto ritorni alla normalità, ma non posso far altro che essere fiducioso e guardare avanti" conclude. 

"Siamo carichi, siamo euforici e contenti di riaprire": con queste parole Rosalba Scarpato, titolare del Drera Fresh Bistrot, ci accoglie accompagnata dall'entusiasmo travolgente di chi, dopo mesi di semi attività, può ritornare ad avere un contatto diretto con i clienti. "Siamo aperti dal 3 di aprile con le consegne e abbiamo la fortuna di offrire una vasta gamma di prodotti, dalle torte vegane per la colazione al brunch dello sportivo di metà mattina fino ad arrivare agli aperitivi e alla cena vera e propria con pizza e altre pietanze". Il ventaglio di offerte dell'esercizio ha permesso di continuare ad avere un, seppur minore, introito che è stato utile anche per il pagamento delle spese varie, dalle bollette agli stipendi: "la cassa integrazione non è ancora arrivata, dovrebbe giungere a giorni; siamo riusciti ad anticipare gli stipendi di chi, ad esempio, è padre di famiglia, aspettando la cassa per i dipendenti più giovani che magari sono ancora a carico dei genitori".
In generale, la titolare parla di un 50% in meno di fatturato rispetto ai tempi normali, a cui si deve aggiungere una diminuzione dei posti disponibili, "che però è compensata dall'ampliamento dello spazio esterno con l'introduzione di una pedana". Sperando nel bel tempo e nel comportamento della clientela che, finora, pare essersi comportata responsabilmente - per lo meno a detta degli intervistati di oggi - la scommessa di tutti è quella di poter conciliare le necessità sanitarie con quelle economiche e sociali che i tempi attuali ci impongono.
A.A.
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