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Scritto Giovedì 21 maggio 2020 alle 16:58

Parla il Garante dei detenuti: 'covid a parte, il problema del carcere di Lecco è strutturale'

A fine aprile erano stati 14 i casi di Covid 19 registrati nella casa circondariale lecchese. I detenuti contagiati sono poi stati trasferiti a San Vittore a Milano. Altri casi si sono registrati successivamente. I dati di qualche giorno fa parlavano di 21 detenuti positivi.
Il carcere di via Beccaria a Lecco non ha fatto registrare le rivolte che hanno, anche tragicamente, interessato altri reclusori italiani, per i quali tra l’altro vi è il forte sospetto che ad alimentare la ribellione siano state le organizzazioni criminali mafiose. Ciononostante anche la casa circondariale cittadina ha fatto registrare momenti di tensione per il diffondersi del virus e per le inevitabile restrizioni alla vita sociale dei reclusi.
Abbiamo chiesto al garante lecchese dei detenuti, Marco Bellotto, in carica dallo scorso anno, quale sia stata e sia oggi la situazione a Pescarenico.

Al centro il dr.Marco Bellotto nella foto scattata lo scorso anno, appena nominato Garante


Una percentuale alta (35%) di positivi, considerata la popolazione carceraria lecchese (una sessantina di reclusi). Come si spiega?
Non risulta al momento siano state individuate ragioni specifiche alla base dell’avvio e dell’incremento del contagio interno, se non connesse all’intrinseca maggiore vicinanza e frequenza di contatti interpersonali interni, inevitabile in una situazione imposta di condivisione ristretta. D’altra parte – per quanto anche condiviso con la direzione e con il medico interno -  l’attenzione alle misure di prevenzione risulterebbe esser sempre stata coerente con le disposizioni previste.

Trasferiti a San Vittore perché la casa circondariale non è attrezzata?
Dalla fine di aprile, l’amministrazione penitenziaria - con Regione Lombardia - ha creato a San Vittore un reparto sanitario avanzato per la gestione e la cura delle persone in Covid 19 provenienti dai diversi Istituti penitenziari lombardi.
Insieme all’offrire personale di polizia e sanitario specializzato, una funzione strategica dell’iniziativa è certamente anche quella di depotenziare al massimo il rischio di contagio interno negli istituti di provenienza. Ma le ragioni specifiche - quantomeno dei trasferimenti dall’istituto di Lecco - non rifletterebbero un’eventuale inadeguatezza interna della gestione sanitaria, quanto il fatto – comunque serio e da riconsiderarsi anche in prospettiva – che nella casa circondariale esiste una copertura medico-sanitaria unicamente attiva sulle dodici ore, non sulle ventiquattro.
E’ anche importante la sottolineatura del responsabile-medico dell’Istituto di Lecco, il quale fa presente come le situazioni COVID-positive, trasferite nel reparto specialistico di San Vittore, non presentassero quadri di salute critici. Condizione che ha lasciato una certa serenità relativa anche nei compagni di detenzione rimasti in sede.

Gli agenti di Polizia penitenziaria e il resto del personale come stanno?
È chiaro che una situazione di emergenza come l’attuale alimenta fatica, preoccupazione e tensione, in tutte le componenti umane chiamate a viverla e a gestirla nel quotidiano. Al riguardo appare comunque un dato confortante quello secondo cui a tutt’oggi risulterebbe un riscontro di assenza di positività (Covid 19) quantomeno registrabile tra tutto il personale penitenziario: il che – tra l’altro - renderebbe più probabile che il contagio ai detenuti possa essersi avviato in istituto per contatto con materiale proveniente dall’esterno piuttosto che da contatti interpersonali.
Dopo la sospensione dei colloqui c’è stata agitazione anche a Lecco, alcuni detenuti hanno minacciato lo sciopero della fame.
A quanto risulta non ci sarebbero al momento situazioni attive di sciopero della fame, quantomeno collegate a problematiche di gestione della risposta all’emergenza Covid.



La casa circondariale di Pescarenico


Come si sta a dispositivi di protezione individuale?
Stando in primis al parere del medico, il quantitativo e la gestione dei dispositivi/presidi sanitari internamente a disposizione (mascherine, guanti, prodotti di sanificazione…) risponderebbero adeguatamente alle esigenze e alle indicazioni.

Quanti detenuti hanno ottenuto i domiciliari?
Ad oggi le persone detenute uscite ai domiciliari, usufruendo delle specifiche misure introdotte dal cosiddetto decreto “svuota-carceri”, risulterebbero al di sotto della decina di unità; altre sarebbero in attesa di risposta dal Tribunale di sorveglianza.
La pandemia ha aggravato la situazione  anche a Lecco che, per quando sia una piccola struttura, fa registrare problemi analoghi a quelli degli altri reclusori italiani. Tanti detenuti, spazi ridotti anche per lo svago.
Quantomeno in riferimento all’ultima annualità, anche di esperienza personale come garante, ritengo si possa positivamente affermare che le naturali dimensioni di problematicità e di conflittualità, tipicamente rintracciabili nella convivenza detentiva, si siano complessivamente mantenute entro forme d’espressione prevalentemente contenute.

Quali sono i problemi di convivenza tra i detenuti? Per ragioni di reati e di abitudini con l’arrivo di altre religioni?
Risulterebbero minimi anche i contrasti eventualmente ascrivibili alle specifiche distanze culturali e religiose presenti tra i detenuti; al proposito, sembrerebbe emblematicamente significativo richiamare quanto fatto presente dallo stesso cappellano don Marco Tenderini, il quale racconta come diverse persone di credo musulmano abbiano nel tempo scelto di partecipare alla Messa domenicale, per poi confrontarsi sulle diversità confessionali in successivi momenti interni di scambio.

In passato anche gli agenti di custodia si sono lamentati per i problemi di organico. Com’è ora la situazione?
Dalle informazioni raccolte, per lo più nell’ultimo paio d’anni l’organico penitenziario sarebbe stato via via numericamente rafforzato, per quanto a tutt’oggi non ancora a regime. Con qualche venatura d’amarezza, ma anche d’orgoglio di corpo, lo stesso personale interno fa talora presente come  – “dovendo nel tempo fare di questa necessità virtù” – si sia man mano irrobustito adattandosi nell’ottimizzare forze e risorse sempre relativamente sottodimensionate.

Le condizioni strutturali?
Le condizioni strutturali dello stabile sono – “da sempre” – una delle maggiori condizioni di debolezza delle possibilità gestionali e progettuali della Casa Circondariale. Basti dire che esiste praticamente un unico salone – non a caso definito ‘polifunzionale’ – in grado di accogliere attività che coinvolgano trasversalmente l’intero gruppo detenuti, in primis a scapito della possibilità stessa che le iniziative progettuali in campo (formative, scolastiche, ricreative…) possano essere espresse e utilizzate in reciproca concomitanza. Come inoltre è storicamente noto, non esiste un locale-palestra, potendosi dedurre quanto anche questa specifica carenza ambientale solleciti e disattenda quei bisogni di ‘decompressione’ psico-fisica, tanto più vitali in un contesto costrittivo come la detenzione carceraria. Contribuendo tra l’altro a renderne ulteriormente ‘faticosa’ la permanenza, la conduzione e la gestione.
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D.C.
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