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Scritto Venerdì 29 maggio 2020 alle 20:39

Rientrata a Lecco anche l'ultima dei 4 pazienti portati in Germania. Il dr. Maniglia: 'ho tenuto le dita incrociate, ora si chiude un cerchio'

La carovana di ambulanze in partenza dal Manzoni
con i pazienti destinati alla Germania
L'immagine non è così d'impatto come i carri militari in uscita da Bergamo carichi di bare da portare ai crematori fuori città. La foto della volante della Polizia di Stato a "fare strada" ad una carovana di ambulanze in partenza dall'ospedale Manzoni in direzione Orio al Serio e da lì alla Germania, è però indubbiamente una di quelle che più di altre hanno reso, plasticamente, il dramma del coronavirus anche a Lecco. Era il 3 aprile: con il nosocomio in over-booking, il centro di coordinamento regionale decideva di alleggerire per quanto possibile la pressione sulla terapia intensiva di via dell'Eremo trasferendo quattro pazienti - stabili ma con un quadro clinico problematico - in Vestfalia. Che fine hanno fatto? La risposta la fornisce - in un post pubblicato quest'oggi sul suo profilo Fb e diventato ancora una volta virale - il dr. Paolo Maniglia, colui il quale, già qualche giorno dopo la partenza verso Colonia dei quattro degenti selezionati per il trasporto internazionale si era preso la briga di spiegare ai lecchesi il perchè di tale scelta, la migliore che si potesse compiere in quel momento, come messo nero su bianco e raccontato poi anche in televisione, ospite di La7. Nel suo nuovo testo, lasciando da parte anche in questa occasione il medicalese, l'anestesista - responsabile tra l'altro dell'ambulatorio della Medicina del dolore - racconta come la Rianimazione del Manzoni si sia svuotata e come l'ospedale stia cercando di tornare alla normalità dopo essere stato travolto da uno tsunami che, come tutte le onde devastanti, ha lasciato il segno.

Il dr. Paolo Maniglia
Quando il cerchio si chiude

Il Signor T. è morto. Oltre alle complicanze renali si sono aggiunte complicanze al fegato e sovrainfezioni varie. I suoi reni si stavano già bloccando e noi non avevamo macchine per dializzarlo in continuo. Erano tutte occupate.
La signora R. è rientrata già da un po'. Stà facendo riabilitazione. Ha avuto qualche complicanza cerebrale ma sembra stia recuperando.
Settimana scorsa sono andato a recuperare il Signor G., sempre a Colonia. Era un po' confuso ma rivederlo è stato bello. Abbiamo parlato di bancali di pesi e di trasporti durante il viaggio. Io non ne capisco ma lui mi spiegava. Un po' a modo suo. E i conti tornavano. Ora ne so di più.
Oggi rientra dalla Germania la Signora G. sta bene, è ancora un po' affaticata ma sta bene. Questo è quello che conta.
È una pz dell'ambulatorio della terapia del dolore. La conoscevo da tempo. Cefalea cronica. Ho voglia di rivederla.
Anche il Signor C. che era volato e Terni è rientrato. Lui mi sembra si sia fatto il viaggio di ritorno in elicottero.

Devo ammettere che ho tenuto le dita incrociate per tutto questo tempo.
Non per questioni di sfiducia nell'operato dei colleghi che li hanno ricevuti. Anzi avranno la mia gratitudine per l'eternità. Con molti di loro ci siamo sentiti in questo periodo. Periodicamente scrivevo o telefonavo per sapere le condizioni cliniche.

Ho incrociato le dita perché a volte non basta ne la scienza ne il massimo impegno che si può dare. Spesso serve anche un pizzico di fortuna. Soprattutto quando devi affrontare un nemico che non conosci. Così subdolo da presentarsi sotto forma di polmonite e mutare in poco tempo in una patologia multiorgano.

Ho incrociato le dita perché se fossero morti tutti...
la possibilità c'era...
ma non è andata così.
Ora nel nostro ospedale rimane un solo Paziente in terapia intensiva, il Signor P. Incrocio le dita anche per lui.
E qui il cerchio si chiude.

Per il resto stiamo cercando di ripartire. Di riprendere la nostra "routine".
Ma è faticoso. Siamo tutti stanchi.
Ancora di ferie non ne abbiamo fatte.
E ancora la situazione è incerta.
Tanti di noi sono ancora "attivati". Non riescono a uscirne. Tanti vorrebbero andare avanti. Ma ogni volta che entri in ospedale c'è sempre qualcuno o qualcosa che ti ricorda quei giorni. È come un vortice che ti risucchia e ti sbatte di nuovo in mezzo alla polvere. Ti manca il fiato per qualche secondo. Ti concentri, fai un respirone e ritorni coi piedi per terra. E riprendi a fare quello che devi sapendo che questa è la tua nuova normalità.

Non so cosa succederà nel futuro e non voglio saperlo.
Per ora ho voglia di ripartire.
Ho abbandonato i miei pazienti della terapia del dolore a se stessi. Non avevo ne' tempo né energie per loro.
Lo hanno capito e hanno aspettato. Ma non hanno smesso di soffrire.
Semplicemente sono stati a casa buoni buoni. Con i loro dolori.
Ora mi cercano. Hanno bisogno di me. E io di loro. Dobbiamo ricostruire tutto. Da zero.
Perché se prima é passato lo Tsunami ora rimangono le macerie. Bisogna rimboccarsi le maniche.
Qui ospedale di Lecco
Non lasciamo indietro nessuno.

Paolo Maniglia
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