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Scritto Venerdì 05 giugno 2020 alle 08:38

Un mito che crolla? Le debolezze della sanità lombarda evidenziate dal PD lecchese. 'Modello da ripensare'

"Sanità lombarda, un mito che crolla?" stato il tema dell'incontro promosso dal Pd lecchese - e tenutosi giovedì sera 4 giugno in diretta su facebook - per discutere dalla "tragedia" lombarda sul fronte del coronavirus. «Anche se sarebbe bene non si parlasse di mito», ha introdotto la segretaria provinciale lecchese del Pd Marinella Maldini, è indubbio - ha aggiunto il consigliere regionale democratico Raffaele Straniero - che «la Lombardia è finita sotto accusa». «E che a Roma - ha sottolineato il deputato Gianmario Fragomeli - è percepita ancora fortemente in difficoltà, un gigante dai piedi d'argilla». In uno dei momenti più drammatici, la conclamata eccellenza lombarda è venuta meno.
Se è il momento di capire perché tutto questo sia successo - con l'auspicio di Straniero che anche la maggioranza di centrodestra sia disposta a discuterne con serietà e serenità smettendo la consueta arroganza (si vedano le vicende legate alla commissione d'inchiesta) - è anche vero che quanto successo offre ora l'occasione di ripensare tutto: «E' un momento fondamentale - ha precisato Gian Antonio Girelli, presidente della commissione Sanità in consiglio regionale - come lo fu 42 anni anni fa quando venne istituito il servizio sanitario nazionale».

I relatori

Ripensare il "modello lombardo". Che non sarebbe poi così eccellente nel suo complesso. Può vantare eccellenze per alcune specializzazioni (oncologia e cardiologia, per esempio), per alcune strutture ospedaliere (con i "viaggi della salute" che rappresentano il 3,8% degli spostamenti totali e che sono tutti diretti nella nostra regione), ma carente di molto sotto altri aspetti. Che il cosiddetto modello lombardo «non fosse ai vertici della sanità italiana si sapeva da molti anni - ha rilevato la senatrice Emilia De Biasi, responsabile sanità del Pd lombardo - in realtà è stato certificato per la Lombardia un quinto posto. Si è puntato molto sugli ospedali e si è tralasciato il territorio. Manca la disponibilità della cura a domicilio: la malattia si vince a casa. Il covid lo ha dimostrato».
Perché secondo il partito democratico, il problema covid è stato appunto quello di concentrare i malati in ospedale: «Operatori e medici di base - parole di Straniero - sono stati lasciati allo sbaraglio. Tra i 300 e i 400 operatori sanitari sono stati contagiati. E l'8 marzo c'è stata la famosa circolare sull'inserimento di pazienti covid nelle case di riposo per anziani.
Ma non c'è stato un minimo di autocritica. Gli errori sono inevitabili, ma bisogna avere l'umiltà e l'accortezza di prenderne atto e di modificare i progetti d'intervento. E' emblematico che la maggioranza ha ora deciso di bloccare il nuovo piano sanitario regionale in gestazione da cinque anni: significa che qualche perplessità c'è pure al loro interno, anche se non viene ancora messo in discussione il modello».
Al centro dell'attenzione, naturalmente, il connubio tra pubblico e privato, in Lombardia particolarmente forte e andato ulteriormente rinsaldandosi negli ultimi anni. Anni in cui, nelle strutture pubbliche si assisteva «a tagli costanti al personale e ai posti letto - ha accusato Maria Ausilia Fumagalli, responsabile sanità del Pd provinciale - Nell'ultimo decennio sono stati tagliati 42.800 tra medici e infermieri».
«Non è in discussione il privato - è stata la precisazione di Girelli - In discussione è il ruolo del privato. Servono regole. Il privato non deve fare quello che gli conviene ma quello di cui c'è bisogno». Ovvero, per De Biasi, «non bisogna rimborsarlo solo sulle prestazione ma sul percorso completo del paziente ed è un'idea che si sta facendo strada in molte regioni».
La stessa De Biasi ha poi sintetizzato: «L'Italia è stata colta impreparata, era una pandemia che non ci aspettavamo. Non ho elementi per dire se abbiamo perso tempo. Lo Stato avrebbe potuto avocare a sé le competenze e non lo ha fatto: e così c'erano 21 sistemi sanitari differenti con comportamenti differenti e non sempre sintonia con le scelte nazionali. Le quali sono state di volta in volta adeguata alla gravità. Con qualche problema: quello delle mascherine e l'arrivare un po' tardi con la rilevazione epidemiologica. E ha consentito alla Regione Lombardia di fare il disastro che ha fatto sui tamponi. La cultura dell'emergenza non ce l'abbiamo. In Lombardia un piano emergenza forse c'era, ma non era finanziato da anni. Le Regioni non possono continuare a fare gli staterelli, devono collaborare con lo Stato centrale che, da parte sua, deve reimparare a fare il suo lavoro di controllo e monitoraggio. Un ospedale ha bisogno sempre delle mascherine e dei presidi di sicurezza. Il fabbisogno è stato superiore a quello cui si poteva fare fronte. Medici infermieri si sono trovati in ospedale senza presidi di sicurezza e hanno contagiato i pazienti. La stessa cosa nei confronti della sanità territoriale. I medici di base non sono stati dotati di mascherine né avvisati». La chiosa di Fragomeli: «So di un medico che se e faceva dare dal suo carrozziere».
Ancora Di Biasi: «I Pronto soccorso non sono stati isolati. Alcuni cardiopatici sono morti in casa perché non sono andati all'ospedale per paura di essere contagiati. E sono inqualificabili i segnali che oggi arrivano da destra, secondo cui si può fare a meno dei presidi di sicurezza».
Il deputato Fragomeli ha poi spostato l'attenzione sui soldi europei e in particolare sui 37 miliardi attinti al cosiddetto Mes «che Salvini dice non servire. E invece di quei 37 miliardi ben 6 andrebbero alla Regione Lombardia. Il sovranismo mette in difficoltà proprio la Lombardia».

Girelli si è permesso di dire che «l'avevamo detto e in tempi non sospetti. In Lombardia è stata persa dimensione della rete territoriale, quella dei medici di base, sono stati distrutti i distretti e la prevenzione è diventata marginale. Se gli ospedali erano migliori, altri dati ci facevano scendere in classifica. Il virus lo abbiamo intercettato in ospedale perché non siamo stati capaci di intercettarlo nel territorio. Che poi adesso si parli del Veneto come modello da seguire e che il governatore Zaia se ne faccia vanto è grottesco: perché Zaia avrebbe voluto fare come in Lombardia e gli è stato impedito dalla resistenza dell'intero sistema sanitario».
E' intervenuto anche il primo cittadino malgratese Flavio Polano (presidente della Conferenza dei sindaci dell'Azienda sanitaria territoriale): «Negli ultimi due mesi - le sue parole - vedo rincorrere il problema, mettere ogni giorno una pezza. Manca una prospettiva da qui al prossimo anno. I medici di base demotivati perché trasformati in burocrati. Anche se Lecco ha dimostrato coesione che è riuscita ad arginare il problema».
Dunque, un'occasione per cambiare, un momento storico, per dirla con Girelli. Momento storico per il quale De Biasi elenca i passi da fare: «I vaccini alla portata di tutti e non solo di chi può permetterselo (anche se sento l'arrivo dell'ondata no vax) e dobbiamo essere pronti per ottobre. Ora è un'occasione. Occorre assumere infermieri, occorre assumere medici giovani: non si può cominciare a fare i medici a 30 anni. E la prevenzione: non è solo lo stile di vita, ma anche l'ambiente, la medicina del lavoro, i problemi degli adolescenti per i quali va ripristinato il medico scolastico scongiurando così l'enorme diffondersi delle malattie sessuali tra i giovanissimi, far funzionare i consultori. E in questa regione frenetica non bisogna trascurare la salute mentale: sottovalutarla sarebbe un disastro. Per esempio, la neuropsichiatria dovrà capire cosa succederà ai bambini chiusi in casa per mesi magari in contesti drammatici che hanno portato anche a femminicidi. La Lombardia non ne sta occupando. E poi serve la formazione dei medici di base: il rischio è che si affidino per il loro aggiornamento agli informatori delle case farmaceutiche. Non ci sono solo i costi e il fatturato, c'è anche l'umanizzazione della medicina».
E tutto questo - ha concluso Marinella Maldini - «deve valere anche per l'istruzione che deve diventare un investimento così come la medicina deve essere un investimento per il benessere».
D.C.
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