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Scritto Lunedì 29 giugno 2020 alle 08:27

Lecco perduta/224: la festa del lago con il palombaro

Sono state le Feste del Lago di fine Novecento quelle con il palombaro, che ha rappresentato un tuffo nell’epopea dell’esplorazione marina, affascinando i giovanissimi, ma anche richiamando gli adulti. “Possiamo leggere una nuova pagina di Ventimila leghe … sotto il lago” diceva uno spettatore che osservava incuriosito la vestizione dell’uomo. Lo speaker che commentava la manifestazione ricordava che “sulle rive del lago di Lecco sono tornati i palombari, i protagonisti delle conoscenze marine di inizio Novecento; personaggi mitici e leggendari, rivali del dio Nettuno nel segreto misterioso delle acque”. C’era da aggiungere, però che, al tritone di Nettuno, i palombari avevano sostituito lo scafandro, l’elmo,. la piastra del collo, gli scarponi pesantissimi in ferro, la zavorra di pesi per scendere in profondità: il tutto per una struttura di ben 70 chilogrammi.

L’ok del palombaro pronto per l’immersione

    La vestizione prima dell’immersione era lunga e meticolosa, per circa mezz’ora. C’era da avvitare, collegare, controllare, chiudere l’elmo con il vetro blindato sull’oblò centrale, affiancato da due finestre minori e laterali. Il palombaro maggiore era Mauro De Lorenzi, lecchese di via Galandra, in attività da due anni e da dieci istruttore sub. Continua tutt’ora anche con un negozio di materiale marittimo e subacqueo nella centralissima via Roma, del Comune di Pescate.
    La “vestizione” della festa del lago era affidata all’esperto, giunto appositamente da La Spezia, Giancarlo Bartoli, studioso anche dei palombari d’epoca. Tre allievi hanno affiancato con brevi immersioni il “delfino”: sono stati Maria Grazia Longoni, Lorenzo Del Giudice ed Elia Donati.

La vestizione del palombaro

De Lorenzi ha raggiunto con la passeggiata sul fondo la profondità massima di dieci metri: una “scampagnata” per palombari addestrati a rimanere quattro ore sul fondo del mare. La parte più impegnativa è stata la calata e la salita dall’acqua, sul gradino ultimo della scalinata sotto il monumento ai Caduti, molto alto rispetto agli altri della scalinata stessa: una calata resa ancora più difficile da un lago agitato da flutti quasi marini. Nessuna emozione, comunque, anche tra gli spettatori più partecipi: sul lago i palombari confermarono di essere esploratori di tutti gli abissi marini, pronti a sostenere tutte le fatiche di una camminata su fondi roccioso e sconnessi, come quello di un lago nel suo golfo terminale .

La calata nelle acque per la “passeggiata” sul fondo

Qualche anziano ricordava di aver visto i palombari degli anni ’50 operare presso il costruendo Ponte Nuovo di via Leonardo da Vinci, al Lazzaretto: dovevano verificare la solidità del terreno fluviale per gettare le basi destinate a sostenere le arcate di quello che i lecchesi chiamavano già il Ponte Nuovo, che è stato inaugurato nell’autunno 1955 e che ora ufficialmente si chiama Ponte Kennedy.
A.B.
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