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Scritto Venerdì 10 luglio 2020 alle 08:50

Lecco, gli articoli sulle 'case rubate' furono diffamatori: fake news per creare tensione con i migranti

Il magistrato Dario Colasanti vince la causa contro le case editrici di 2 quotidiani nazionali
Il magistrato lecchese dr. Dario Colasanti
Diffamazione c'è stata. E non (solo) per i toni usati o per le valutazioni opinabili espresse. I due articoli al centro dell'attenzione – riproposti sia nella versione online sia in quella cartacea dei quotidiani sottoposti a giudizio – affermano falsità. Trattasi di fake news - per dirla con un termine “alla moda” - diffuse con una scopo ben preciso. E' questa la conclusione a cui è arrivato il giudice del Tribunale di Brescia chiamato ad esprimersi circa la causa civile intentata dal magistrato lecchese Dario Colasanti nei confronti delle società editrici delle testate Libero e Il Giornale (anche nella loro versione telematica). Al centro della vertenza giudiziaria – con la denuncia penale arenatasi mentre invece si è appunto arrivati, nelle scorse settimane, alla definizione del procedimento civile – due articoli datati 29 ottobre 2016, costruiti partendo da una (doppia) comunicazione a firma dell'allora giudice delle Esecuzioni immobiliari e dei Fallimenti del Foro di Lecco, indirizzata ai curatori e ai custodi giudiziari così come a liquidatori giudiziali e ai legali dei debitori e dei creditori per renderli edotti circa la possibilità, comunicata dopo interlocuzione con la Prefettura, di locare immobili caduti nella massa fallimentare o pignorati a richiedenti asilo temporaneamente presenti sul territorio.
Siamo nel bel mezzo dell'emergenza migranti, con continui sbarchi sulle coste del sud Italia e arrivi dalla così detta “rotta balcanica”. La provincia di Lecco fatica a reggere la pressione, con i CAS strabordanti e l'accoglienza diffusa – per come concordata tra quasi tutti i sindaci, senza l'adesione di una manciata di primi cittadini leghisti – ancora tutta da plasmare, stante anche la scarsità di alloggi candidati al primo bando promosso in questo senso dalla Prefettura. Ecco dunque l'idea – nata sì in Corso Promessi Sposi ma non presso il Palazzo di Giustizia, quanto piuttosto negli uffici della sede governativa locale – di provare a destinare a tale scopo gli appartamenti delle procedure.
“Il menzionato progetto (l'accoglienza diffusa ndr) persegue un alto scopo umanitario e sociale in quanto è volto a realizzare una distribuzione sull'intero territorio provinciale dei rifugiati, assicurandogli alloggi dignitosi, così da limitare i disagi e i pericoli della permanenza accentrata nei centri di accoglienza e favorire l'integrazione con la popolazione” si legge dunque nella missiva scritta, dopo l'incontro sul tema in Prefettura, dal dr. Colasanti per spiegare la novità, finita poi alla ribalta della stampa nazionale con Il Giornale che titola: “Giudice punisce gli italiani morosi: agli immigrati le case pignorate”. “Ci rubano le case” sentenzia invece Libero. “Qualcuno intervenga” in quanto “Le prefetture possono requisire le abitazioni pignorate per metterci i profughi”, come indicato nel sottotitolo di un articolo il cui incipit recita: “La trovata è del giudice delle esecuzioni immobiliari Dario Colosanti (Tribunale di Lecco) che anziché limitarsi a redigere delle sentenze ha redatto una comunicazione: in essa, ufficializza, in pratica, la millesima interferenza della magistratura in affari non suoi...”.
Eppure il magistrato lecchese aveva messo nero su bianco ben altro, ricordando come l'eventuale locazione – per la quale ipotizzava una durata temporale non oltre i sei mesi – avrebbe richiesto la presentazione di apposita istanza dei curatori/custodi interessati e non avrebbe dovuto pregiudicare la primaria esigenza di arrivare alla vendita degli alloggi in tempi congrui. "Gli immobili destinabili alla collocazione temporanea dei rifugiati – era poi scritto - sono quelli con destinazione abitativa o turistica, muniti di agibilità e abitabilità che non siano occupati dal debitore esecutato”. Nessuno, qualora fossero arrivate candidature, sarebbe stato “buttato fuori”. Prassi tra l'altro non propria del Tribunale di Lecco che, già prima della riforma del 2019, contrariamente alla tendenza di altri Fori di liberare velocemente gli appartamenti, ha sempre garantito la permanenza dell'eventuale “inquilino” fino all'avvenuta vendita del bene.
“Non si prevedeva affatto quanto si legge nei sopracitati articoli” annota dunque in sentenza il giudice Gianni Sabbadini, Presidente della prima sezione civile di Brescia. “All'evidenza si tratta di notizie assolutamente false, riferite in modo distorto e chiaramente strumentale al fine di creare tensione tra italiani ed immigrati indicando come nome, cognome e funzioni, il giudice Dario Colasanti del Tribunale di Lecco, come colui che, travalicando i propri poteri, avrebbe deciso di togliere le case agli italiani per darle agli immigrati”.
Non si sarebbe dunque trattato – come argomentato dai legali delle società editrici – di mere “imprecisioni giuridiche”. E il Tribunale bresciano è fermo anche su questo punto. Fermissimo. “L'eccezione dei convenuti non è condivisibile posto che il provvedimento del giudice Colasanti è facilmente comprensibile da qualunque persona che abbia un minimo di cultura giuridica come dovrebbe essere un giornalista che si occupa di queste cose e dalla lettura di esso, con un minimo di attenzione, si capisce facilmente che non si vogliono requisire le case degli italiani per darle agli immigrati – e la cosa sarebbe così assurda che anche un illetterato l'avrebbe capita – che il provvedimento riguarda solo gli immobili non occupati dal debitore e comunque che l'iniziativa è rimessa, come previsto dalla legge, ai custodi giudiziari ovvero ai curatori e liquidatori fallimentari che devono chiedere l'autorizzazione del giudice...”.
Ritenuta dunque sussistente la diffamazione, il giudice ha condannato le società editrice a pagare al dr. Colasanti una somma quantificata in 50.000 euro (ciascuna) a titolo di risarcimento danni, in linea con le tabelle convenzionalmente applicate.
“Per me è stato un periodo di grande sofferenza. Quando si mette in dubbio l'onestà, il rispetto della legge e la buona fede di un giudice, come è stato nei miei confronti, lo si distrugge” ha ricordato il diretto interessato, raggiunto anche da una serie di pesanti minacce, rivolte anche ai suoi congiunti, tanto da vivere ulteriore tensione all'idea “di come un mio provvedimento avesse messo in pericolo la mia famiglia”.
Senza dimenticare come, in un gioco di specchi tipico delle fake news, gli articoli “incriminati” siano poi rimbalzati tra social ed altri moltiplicatori di contenuti, con commenti ingiuriosi e la costruzione di congetture strampalate. Addirittura uno dei due pezzi veniva linkato nel testo di un sito apparentemente legato alla Madonna di Lourdes in cui il giudice lecchese veniva presentato come un massone illuminato a sostegno del “piano Kalergi” e dunque favorevole all'immigrazione incontrollata dal nord Africa per contaminare la popolazione europea e renderla più duttile.
La follia nella follia. In un Paese dove – come affermato dal Tribunale di Brescia – per scopi (politici) premeditati si arriva a stravolgere due paginette di facile comprensione.
A.M.
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