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Scritto Domenica 12 luglio 2020 alle 08:06

SCAFFALE LECCHESE/4: la 'sola andata' di Eliana e Paolo sulla Torre Egger, raccontata da Giorgio Spreafico

«Due ragazzi feriti, scioccati, spaventati, appesi nel vuoto sopra uno strapiombo, quasi in cima a una delle pareti più selvagge della Patagonia». Nel suo libro sul settantesimo dei Ragni – di cui abbiamo dato conto nella precedente puntata di questa rubrica – Serafino Ripamonti racconta l’assalto alla Torre Egger  (uno dei pilastri del cosiddetto Circo de Los Antares con l’Aguja Standhart, la Punta Herron e il mitico Cerro Torre) lungo l’inviolata parete ovest da parte di Matteo Della Bordella e di Matteo Bernasconi. Tre anni, altrettanti tentativi a cominciare dalla fine del 2010 per arrivare finalmente alla vetta solo nel 2013, ma con Della Bordella, a godersi il panorama da lassù, ci sarà Luca Schiera. Tutti e tre sono i “ragni” della nuova generazione (anche se Bernasconi non c’è già più: morto quest’anno sotto una valanga in Valtellina). E «ora – scrive Ripamonti – anche sulla Ovest della Torre Egger c’è una via dei Ragni, una “major route”, una via di livello superiore, come la definisce qualche mese più tardi la prestigiosa rivista internazionale “Alpinist”».
L’impresa chiude il conto con una parete che aveva impegnato i “ragni” addirittura dal 1986. Con tentativi respinti e un altro finito tragicamente.


Giorgio Spreafico

Nel raccontare la prima volta di Della Bordella e Bernasconi all’Egger – nei giorni a cavallo tra 2010 e 2011 – Ripamonti si sofferma su quel momento drammatico dei due ragazzi le cui vite sono «appese a un pezzo di metallo incastrato in una fessura». E dice: «Forse torna loro in mente il potentissimo e inquietante titolo del libro dedicato alla storia del “ragno” Paolo Crippa e della sua compagna Eliana De Zordo, due ragazzi che, nel 1989, avevano sfidato la loro stessa parete, e non avevano più fatto ritorno. Era stato Giorgio Spreafico a regalare a Matteo Della Bordella e a Matteo Bernasconi una copia del suo “Torre Egger solo andata”, proprio pochi giorni prima che partissero per il loro primo tentativo all’inviolata parete Ovest della Torre Egger».


La copertina del libro

Siamo andati a riprenderlo quel libro, edito nel 2010 dalla casa editrice lecchese Stefanoni. E, ancora una volta, siamo stati travolti da quella storia struggente che ci scava nel profondo. Tanto più che Spreafico usa la “penna” come una bacchetta magica: non scrive, ma volteggia. Un colpo di qua ed è un racconto preciso, dettagliato, cronachistico; un colpo di là ed è un inseguire le emozioni di tre ragazzi rimasti poi in due alla ricerca di un sogno negli incredibili, maestosi paesaggi patagonici. E un colpo di bacchetta all’insù per affrescare il panorama dell’alpinismo di quegli anni, di quei mesi, di quei giorni. Un altro colpetto per indugiare sui sentimenti dei due giovani alpinisti, sentimenti ai quali l’autore si accosta in punta di piedi: con pudore e discrezione, come un invito a rassegnarci, in fondo non sono affari nostri.
La storia è questa. Paolo Crippa, casa a Valmadrera, ha 20 anni quando, nel 1986, con altri ragni attacca la Ovest dell’Egger, per poi doversene tornare a casa con le pive del sacco. Il maltempo patagonico non ha lasciato spazi. Due anni dopo, Crippa – detto Cipo – conosce in un rifugio dolomitico Eliana De Zordo, coetanea, arrampicatrice promettente: è la figlia del rifugista e serve in sala. E, davvero, è amore a prima vista.


Le ultime fotografie di Eliana Del Zordo e Paolo Crippa durante la cena di Natale del 1989 a El Chalten
(archivio Maurizio Maggi)

Un amore che si lega alla montagna. E allora il sogno: conquistare l’Egger assieme.  Nel novembre del 1989 partono in tre. Assieme a Paolo – che si è licenziato dal “posto sicuro” per non avere problemi di tempo – e a Eliana, c’è un caro amico di “Cipo” e compagno di scalate, che in passato fu il suo istruttore: Maurizio Maggi, civatese, 33 anni.
Il maltempo non dà tregua e all’inizio di gennaio per Maggi scade il tempo: deve tornare al lavoro. Rientra con il magone e lasciando i due amici decisi a non mollare.
Fin qui il racconto su quanto accade in Patagonia è preciso. Giorgio Spreafico è un giornalista serio, uno dei migliori – non cede all’immaginazione e al verosimile – e quei giorni può dunque raccontarli proprio attraverso la testimonianza di Maggi. Poi, la cronaca si sposta di qua dall’oceano. Di cosa accada a Paolo ed Eliana, nulla si sa. Sono nel loro sogno. E da quest’altra parte del mondo le notizie non arrivano nemmeno con il contagocce, Fino a che, una sera di gennaio 1990, un lancio dell’agenzia Ansa annuncia che due alpinisti italiani sono dati per dispersi in Patagonia: sono proprio loro, Cipo ed Eliana, che il 7 gennaio avevano riattaccato la parete.


In rosso la linea seguita da Paolo Crippa sulla Ovest della Torre Egger con la spedizione del CAI di Valmadrera nel 1986.
In azzurro il tratto di parete da lui scalato con Eliana nel gennaio del 1990 (archivio Domenico Chindamo)

Dispersi non vuol dire morti, ma chi conosce la Patagonia sa cosa pensare. Maggi decise di partire subito alla ricerca degli amici. Con lui, il fratello di Eliana e altri alpinisti lecchesi tra i quali Casimiro Ferrari. Vanno su e cercano. Individuano una tendina rossa appesa alla parete: «Sulla direttrice della fessura-diedro, nella ferita aperta dalla crepaccia trovarono una sorta di sutura, un piano, un tratto vagamente orizzontale che somigliava a un riempimento. Una scarica, pensarono subito. Forse sassi, forse ghiaccio, forse sassi e ghiaccio insieme. Non avrebbero saputo dire se fosse cosa vecchia o recente, ma che si trattasse di una scarica, di questo erano sicuri. Oltre quel piano c’era di nuovo un salto verticale. Quando lo aggirarono scorsero nella neve uno spezzone di corda. Mariolino tese un braccio all’indietro, dando due colpi in aria con la mano aperta, per far sapere a Dario che dovevano fermarsi. Fu allora che videro».
Il sogno di Paolo ed Eliana si era infranto tragicamente: «Era tutto finito, era finito davvero».
La cornice alla tragica storia di Paolo ed Eliana è un inverno lecchese funestato da altre tragedie (due giovani alpinisti valmadreresi travolti da una slavina al Palù e la morte del fortissimo premanese Tarcisio Fazzini durante una scalata a una cascata di ghiaccio), ma anche un risvolto autobiografico con le angosce del giornalista («quel bastardo di giornalista che poi sarebbe il tuo amico….») costretto a scrivere cose che non vorrebbe.
Da sottolineare, infine, una finezza stilistica: nel corso del racconto (a parte i tre protagonisti dell’impresa) tutti gli alpinisti lecchesi sono nominati solo per nome (il cognome è riservato ai forestieri) come a voler evidenziare un mondo fatto di persone che si conoscono tutte e per bene. Una “ragnatela” di rapporti che è l’ambiente alpinistico lecchese, una ragnatela che tutti unisce, nonostante attriti, dissidi, meschinerie che pure ci sono. Chiudendo il libro, comunque, Spreafico rende onore a ciascuno.
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