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Scritto Mercoledì 15 luglio 2020 alle 08:20

Network Occupazione: per Confindustria e Ance è diventato un carrozzone, per API serve ancora

Confindustria e costruttori edili da una parte, Associazione dei piccoli industriali dall’altra. Né falchi né colombe – viene detto - semplicemente e chiaramente «idee diverse». Sulla questione del “Network Occupazione” che da 25 anni unisce le associazioni imprenditoriali e i sindacati per far incontrare domanda e offerta di lavoro con la promozione di iniziative di formazione professionale, una frattura netta divide anche il mondo imprenditoriale. Su chi è intenzionato a chiudere l’esperienza e a individuare nuove strade e chi invece è deciso a continuare nello stesso solco.
Il grido d’allarme è stato lanciato ieri dalle organizzazioni sindacali – Cgil, Cisl e Uil – che hanno appunto espresso forti preoccupazioni per l’orientamento da parte imprenditoriale di voler mettere fine al “Network”, soprattutto in questo momento particolarmente delicato dal punto di vista economico.
Però, come detto, anche il mondo delle imprese sembra voler muoversi in direzioni differenti.

Per esempio, il presidente di Confindustria Lorenzo Riva non ci gira attorno e dice: «Il Network ha avuto un ruolo molto importante, ma tutte le cose hanno un inizio e una fine. Ormai è qualcosa di ingessato con una propria struttura, la necessità di eleggere un presidente e di approvare i bilanci. Noi proponiamo un tavolo di discussione molto più ampio, non soltanto rivoto ai problemi tecnici, ma anche politico. Che guardi allo sviluppo del territorio nel suo complesso, ai tanti problemi che ci sono. Senza l’obbligo di dover costituire una società apposita con tutti gli oneri che ciò comporta» e con il rischio – non è solo un sottinteso – di creare l’ennesimo “carrozzone”. Dunque «se questa cosa non viene capita – conclude Riva - Confindustria uscirà dal Network, dando comunque la propria disponibilità a discutere dei problemi. E non è certo la questione dei contributi che le associazioni versano per tenere in piedi il Network. I sindacati dicono che a ciascuno costa solo 600 euro all’anno. Ma non è il problema dei 100 o 600 euro, è il problema che tutto questo ormai non ha più senso, se vogliamo guardare concretamente allo sviluppo del territorio».

«Il Network ha fatto il suo tempo – fa eco a Riva, il presidente dell’Ance Sergio Piazza - E’ nato 25 anni fa e il mondo ormai è cambiato. Lo abbiamo detto chiaramente nella lettera che abbiamo scritto. E’ nostra intenzione creare tavoli di discussione diversi. Negli ultimi anni il Network è servito a poco e non perché è mancato in qualcosa. Semplicemente sono cambiati i tempi. Si tratta di uno strumento datato, ne va trovato un nuovo anche se l’obiettivo rimane quello dell’occupazione. Ma le condizioni attorno sono completamente cambiate. Serve una “macchina” nuova, adatta ai temi: venticinque anni fa le macchine erano in un modo, oggi sono in un altro. Nessuno dice che non servano le macchine…».

Di tutt’altro avviso, il presidente dell’Api Luigi Sabadini: «Abbiamo espresso la volontà di continuare. Al di là delle valutazioni dei singoli, occorre mantenere un punto fermo, che fu all’origine del Network: attivare l’occupazione. C’è una critica fortissima all’iniziative del governo con il ricorso ai “navigator”: non lo sanno fare. Il Network invece ha dimostrato di saperlo fare. Attivare significa essere in grado di creare un profilo professionale laddove manca, formare le persone. Questa è l’idea forte. Noi, come associazione, possiamo proporre la formazione gratuita dei dipendenti dei nostri associati. Ma per legge non possiamo occuparci degli altri, dei non dipendenti. Si tratta di persone destinate a restare nel limbo. Formazione continua, certo, ma solo per i lavoratori delle imprese associate. Mi pare che non ci sia da buttar via nulla. Noi non abbiamo interessi politici o che altro: pensiamo a ciò che serve ai nostri associati, il metro è l’utilità. E se il partner per rispondere alle esigenze delle nostre imprese è il sindacato va bene. Poi, ciascuno si assumerà la responsabilità delle proprie scelte».
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D.C.
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