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Scritto Sabato 01 agosto 2020 alle 08:37

LFF: sognata da Virzì, lecchese per amicizia, Matilde Gioli va in 'sold out'

Attrice per caso. Voleva fare il medico. Bocciata al test d’ingresso di Medicina, si era buttata sulla filosofia maturando poi il desiderio di dedicarsi alle neuroscienze, affascinata dallo studio del cervello. Finché Paolo Virzí non l’ha sognata perfetta nel ruolo di Serena per “Il capitale umano”. Sognata: proprio così. Aveva 23 anni, Matilde Gioli. Lo racconta lei stessa, sul palco di Lecco Film Fest, intervistata da Angela Prudenzi (giornalista e membro della commissione di selezione della Mostra del cinema di Venezia): «Ho avuto tanta fortuna. Non avevo mai recitato e mai pensato di fare l’attrice. Anche da piccolina, nelle recite scolastiche, mi facevano fare l’albero o il cespuglio. E Virzí, non sapevo nemmeno chi fosse. Giuro. Al provino arrivo come sempre tardi, di corsa, con il casco in mano. Entro in questa stanza e vedo tre persone adulte. Mi avvicino a quella che sicuramente non è Virzí e chiedo: “Scusi, mi può indicare chi è il regista, non vorrei fare figuracce”. Era lui. Classico. Bell’inizio. E lasciamo stare il provino. Me ne torno a casa con l’animo in pace. Ma il giorno dopo mi chiama la produzione e mi dice che Virzí mi ha sognata perfetta nel ruolo di Serena». Un personaggio al quale, naturalmente, si sente ancora legatissima, come grande è la stima per Paolo Virzì: «E’ un suo pregio quello di fare recitare non attori. E’ così bravo come regista, dobbiamo andarne fieri»

Matilde Gioli intervistata da Angela Prudenzi

E’ cominciata davvero così la carriera artistica di Gioli che dice di sentirsi in qualche modo lecchese: «Quando mi hanno proposto di partecipare a questo festival, mi hanno anche detto che si teneva a Lecco, un posto che forse non conoscevo. E invece no: sono milanese, anche se ormai per sei mesi all’anno sto a Roma, andavo e vado spesso a Madesimo. Lecco la conosco benissimo. Ho molti amici lecchesi. Mi sento a casa».
Una chiacchierata libera davanti a un pubblico di una serata da tutto esaurito, compatibilmente con i posti vuoti imposti dal distanziamento per l’emergenza covid. Gli studi filosofici che l’aiutano «perché il lavoro dell’attore è destabilizzante e allora la filosofia mi ha tenuto attaccata alla realtà. Quando finisce un film non è che si chiude e si va casa. Io resto ancora dentro al mio personaggio».
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E i modelli: «Il mio era Samantha Cristoforetti perché avevo sempre più guardato al mondo della scienza. Ultimamente ho scoperto Anna Magnani, non la conoscevo: l’ho vista fare delle cose incredibili, e lei oggi è il mio modello di attrice. Credo che verrà fuori nei prossimi film. E poi Jennifer Lawrence, ma il mio modello in assoluto è mia mamma. E quando fai questo lavoro hai anche occasione di scoprire molte cose: i genitori, per esempio. Io non lo sono ancora, ma con il film “Per il tuo bene” ho scoperto che i genitori hanno gesti d’amore pesantissimi, come lasciare che i figli prendano la loro strada».
Oppure la scoperta di grandi donne, grandi protagoniste, avvicinate realizzando alcuni documentari: Franca Rame, Gae Aulenti, Vera Vergani (attrice di teatro degli anni Dieci e Venti del Novecento, «una donna davvero all’avanguardia: faceva quello che voleva. Vorrei proprio assomigliarle»).

Donne spesso misconosciute perché «il cinema italiano è un po’ maschilista, è evidente. Il problema sono le sceneggiature. Eppure ci sarebbe l’imbarazzo della scelta nell’individuare personaggi femminili, che siano reali o di fantasia. Nei film, la donna tende a essere la figlia di, la madre di, la moglie di. Ma sono speranzosa. In questo periodo di lockdown sono arrivati alcuni segnali. Ci sono esperimenti che avranno successo. E io non vedo l’ora di buttarmici».
E poi il corpo, la bellezza, la femminilità, ha suggerito Prudenzi. «Non facciamo le ipocrite – le parole di Gioli - Essere bella avvantaggia. Nel contempo dobbiamo evitare i modelli che i social ci impongono. La cosa che vi rende belli è la vostra unicità. Nascete vincenti anche solo perché uno spermatozoo è arrivato a destinazione mentre mille altri no. Già nascendo, dunque, si è vincenti e unici. La penso davvero così. Invece i social propongono un modello per il quale si è tutti uguali. La nostra generazione di trentenni è ancora un po’ distaccata dai social, ma vedo che i ventenni sono presi completamente».
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D.C.
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