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Scritto Domenica 30 agosto 2020 alle 18:04

SCAFFALE LECCHESE/10: lo ''splendore perpetuo'' di don Serafino che Manzoni non riuscì a trasmettere


Torniamo da una visita a quel piccolo scrigno che è l'oratorio di San Giovanni Battista a Chiuso, meglio conosciuto come la chiesa del Beato Serafino. Perché in quel piccolo tempio, quello che è ricordato come il buon curato celebrò la sua prima messa e lì, oggi, sono conservate le sue reliquie. Per i fedeli del rione lecchese, dunque, la chiesina è semplicemente quella del loro parroco di un tempo: guidò la comunità dal 1773 fino alla morte avvenuta nel 1822, praticamente mezzo secolo. E se la beatificazione ufficiale è arrivata soltanto nel 2011, per tutti lo era già da prima. Fin da vivo. Santo, davvero.
Alessandro Manzoni non nascose la venerazione per qual sacerdote che in qualche occasione, in assenza del confessore ufficiale, aveva anche raccolto i pentimenti dello scrittore. E' certo, comunque, che con la cura di Chiuso e il suo parroco, la famiglia Manzoni abbia avuto molti rapporti.
Allora riprendiamo in mano il "Fermo e Lucia", l'abbozzo dei "Promessi sposi" che Manzoni, stava scrivendo proprio nei giorni della morte in odore di santità di don Serafino. Nella prima stesura del romanzo il nostro don Lisander offre un ritratto del "buon curato": un lungo capoverso, quasi una pagina intera. E' il famoso primo capitolo del terzo tomo. Quando si assiste al pentimento dell'Innominato davanti all'arcivescovo ambrosiano, il cardinal Federigo Borromeo, quel giorno in visita pastorale proprio a Chiuso

Leggiamo (rispettando la grafia dell'epoca).
«Il Curato di Chiuso era un uomo che avrebbe lasciato di se una memoria illustre, se la virtù sola bastasse a dare la gloria fra gli uomini. Egli era pio in tutti i suoi pensieri, in tutte le sue parole, in tutte le sue opere: l'amore fervente di Dio e degli uomini era il suo sentimento abituale: la sua cura continua di fare il suo dovere, e la sua idea del dovere era: tutto il bene possibile: credeva egli sempre adunque di rimanere indietro ed era profondamente umile, senza sapere di esserlo».
E ancora: «Se ogni uomo fosse nella propria condizione quale era già nella sua, la bellezza del consorzio umano passerebbe le immaginazioni degli utopisti più confidenti».
E infine: «I suoi parrocchiani, gli abitatori del contorno lo ammiravano, lo celebravano: la sua morte fu per essi un avvenimento solenne e doloroso; essi accorsero intorno al suo cadavere; pareva a quei semplici che il mondo dovesse esser commosso, poiché un gran giusto se n'era partito. Ma dieci miglia lontano di là, il mondo non ne sapeva nulla, non lo sa, non lo saprà mai: e in questo momento io sento un rammarico di non possedere quella virtù che può tutto illustrare, di non poter dare uno splendore perpetuo di fama a queste parole: Prete Serafino Morazzone Curato di Chiuso».
Poi, già nella prima edizione dei "Promessi sposi", la citazione scomparve. Superata l'emozione del momento, per uno scrittore certosino e pignolo come il Manzoni, far vivere don Serafino nel Seicento sarebbe apparso un anacronismo eccessivo, un azzardo in grado vanificare in un amen il gran lavoro per una ricostruzione storica la più accurata possibile. Secondo certa critica, inoltre, quel cameo avrebbe potuto in qualche modo fare ombra al trionfo del cardinal Federigo.

Promessi sposi edizione originale cap XXIII pag431 conversione dell'innominato illustrazione di Francesco Gonin

E così, già nella versione del 1828 del romanzo, don Serafino viene eclissato sotto un semplice «il parroco qui della chiesa» che diventa nell'edizione definitiva del 1840 «il signor curato della parrocchia». Manzoni non riuscì quindi nell'intento «di dare uno splendore perpetuo di fama» al buon curato.
Ma se dieci miglia lontano da là «il mondo non ne sapeva nulla», a Chiuso il culto per l'amato prete non è sminuita con il passare degli anni e addirittura dei secoli: ormai ne sono passati due dalla sua morte e la beatificazione, avvenuta dopo un lungo processo, in paese è sempre stata data per assodata, ancora prima che cominciasse a parlare - nel 1856 - di una possibile canonizzazione.

L'illustrazione della copertina è la vetrata realizzata dalla scuola Beato Angelico per la parrocchiale di Santa Maria Assunta

A raccontarci don Serafino c'è il libro uscito proprio nell'anno della proclamazione a beato da parte del cardinal Dionigi Tettamanzi, nel 2011. Edito dal Centro ambrosiano, "Amico di Dio, amico di tutti" - questo il titolo - è firmato da Francesca Consolini che è stata la postulatrice ufficiale nel processo di beatificazione di don Morazzone ed è una delle poche donne a ricoprire questa carica.
Naturalmente, il libro, ha i caratteri dell'agiografia, ma è comunque una biografia accurata di una vita che «si può dividere in due periodi nettamente distinti - scrive Consolini - da una data fondamentale: il 9 maggio 1773, giorno della sua ordinazione sacerdotale, e si svolse tutta in due soli luoghi: Milano dalla nascita ai ventisei anni, e Chiuso dove egli visse tutto il suo sacerdozio e terminò la sua operosa vita terrena» all'età di 75 anni.

A destra il mumento a don Morazzone, dietro il campanile della chiesa parrocchiale

Nato a Milano il primo febbraio 1747, battezzato il giorno dopo (coi nomi di Giuseppe, Domenico, Serafino) vive la prima parte della sua vita «nel cuore della vecchia Milano» che «oggi è un quartiere borghese» e che «nel pieno Settecento era un insieme di case modeste date per lo più in affitto a famiglia dal tenore alquanto dimesso». Nato dalle seconde nozze della madre, rimasta vedova a 30 anni e risposatasi con un giovane di 19 anni, don Serafino e la famiglia vivono a lungo in ristrettezze ed è un continuo trasferirsi da una casa all'altra, probabilmente proprio per ragioni economiche. E di questa giovinezza stentata si ricorderà durante il suo ministero sacerdotale rivolgendo ai poveri un'attenzione particolare.
Il ragazzo Serafino riesce comunque a studiare e, appunto, nel 1747 diventa prete e prende in consegna ufficiale la cura di Chiuso con la prima messa celebrata il 10 maggio proprio nella chiesina di San Giovanni, accanto al piccolo cimitero. Consolini ci racconta tutti i passi effettuati da Morazzone verso il sacerdozio e poi la sua permanenza a Chiuso «per sempre».
La sua figura «emerge con chiarezza e, possiamo dire, balza quasi viva dal ricordo dei suoi parrocchiani. Egli comincia subito a "essere" prima di "fare" o, meglio, a saper fondere con perfetto equilibrio una vita di profonda preghiera e di attiva e instancabile carità».

 

Soprattutto, però, si rende conto che i bambini hanno anche bisogno di essere istruiti. Nel 1787 apre dunque una piccola scuola affidandone la conduzione al fratello Antonio, appena diventato maestro, un'esperienza che terminerà nel 1800.
E già in vita si comincia a parlare di prodigiose guarigioni dei malati di cui si prende cura: per esempio, le fragole ritrovate sotto la neve che sanano una bambina. E la notte della sua sepoltura, uno storpio riuscì ad alzarsi senza aiuto alcuno per poter toccare la bara del "santo". La tomba diventa meta di pellegrinaggio continua e la convenzione della santità di don serafino si radica sempre più nella popolazione. E perdura duecento anni dopo la morte.
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Dario Cercek
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