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Scritto Giovedì 10 settembre 2020 alle 16:08

Bancarotta Altof: i 2 imputati si difendono. Sindacalista assente, sarà ''accompagnato''

La Altof di Valmadrera
Cifre non pretese ma calcolate in loro favore dai tecnici che seguivano l'azienda – e in particolare dal commercialista che comparirà in Aula quale testimone nel corso della prossima udienza  – quale spettanze dovute per le responsabilità assunte e l'impegno profuso per tentare di salvare capra e cavoli. Questa – in estrema sintesi – la giustificazione fornita da Marco Longhi e Ariel Fabiano, rispettivamente ultimo amministratore e liquidatore della Altof di Valmadrera, per difendersi dall'accusa di bancarotta fraudolenta distrattiva mossa nei loro confronti. 40.000 euro la somma percepita dal primo e posta in contestazione. Poco più di 90.000 euro quella bonificata al secondo.
E' ripreso quest'oggi – dopo l'escussione del curatore fallimentare dr. Paolo Bianconi, unico teste citato dalla Procura nella persona del sostituto Paolo Del Grosso, titolare del fascicolo – il procedimento penale originato dal crac dell'impresa specializzata nella produzione di linee di lavorazione e macchine industriali, dichiarata “estinta” su richiesta avanzata in proprio nel giugno 2015 dopo aver tentato invano la strada della liquidazione.
Primi ad accomodarsi al microfono – al cospetto del collegio giudicante presieduto dal dr. Enrico Manzi con a latere le colleghe Nora Lisa Passoni e Martina Beggio – sono stati un ex lavoratore e colui il quale firmò un contratto di affitto di ramo d'azienda con la Altof ormai decotta. Coincidente lo scopo delle domande poste loro dall'avvocato Marcello Perillo, difensore dei due imputati: attestare come sia Longhi che Fabiano fossero realmente “attivi” in azienda durante la fase della liquidazione. La parola è passata poi a Longhi: interrogato dal suo legale ha spiegato di aver preso in mano l'impresa di famiglia nell'agosto del 2011, alla morte del padre, fondatore, presidente del consiglio di amministratore e da sempre “uomo solo al comando” della ditta. “Ho cercato di trovare il modo per ripartire senza contraccolpi” ha detto ai giudici, arrivando alla decisione presa nell'estate 2014 di porre la società in liquidazione, con l'idea di dare seguito al piano concordatario in continuità, senza “ammazzare” una realtà sul mercato da 40 anni.
“In fase di liquidazione i professionisti mi hanno fatto capire che avevo il diritto di prenderli” ha detto circa i 40.000 euro ricevuti – in un'unica soluzione – il 4 novembre 2014 quali emolumenti per la sua carica di amministratore, dopo essersi visto invece tagliare lo stipendio da dipendente. Gli sarebbero spettatati – a suo dire – in considerazione delle “mansioni aggiuntive” a suo carico.
A lui anche il compito di “introdurre” l'altro imputato: “è il compagno di mia sorella”, “non aveva un ruolo in azienda ma ne ha seguito le vicende da fuori”. La scelta dunque di fare di Ariel Fabiano il liquidatore della Altof muoverebbe dalla volontà di “tutelare gli interessi dell'azienda e della famiglia”, incaricando un soggetto comunque terzo per non deteriorare, in vista dell'auspicato rilancio dell'impresa in nuova veste, i rapporti con dipendenti e clienti.
Argentino di nascita, amministratore di altre società per mestiere, lo stesso Fabiano, con passione, ha infine ripercorso gli accadimenti che si sono susseguiti dalla sua nomina – il 24 settembre 2014 – al fallimento, parlando altresì delle tensioni interne con i lavoratori e del clima difficile in cui dunque si è trovato ad operare. “Ad oggi non lo rifarei” ha sostenuto, parlando del carico anche emotivo sopportato ma evidenziando di aver fatto – a suo giudizio – tutto ciò che in quel contesto si poteva fare per evitare il crac della Altof. Circa i 90.000 euro percepiti per 9-10 mesi di lavoro ha ricordato di non aver trattato prima di accettare l'incarico una ricompensa e di non poter dire, non avendo termini di paragone, se la cifra sia congrua o, come ritiene la Procura, sproporzionata.
Il processo riprenderà il prossimo 11 febbraio, con successiva udienza già fissata per l'8 aprile. In Aula comparirà anche il sindacalista Emilio Castelli, già convocato per quest'oggi dall'avvocato Perillo ma non presentatosi in Tribunale dopo aver chiesto informazioni al legale circa l'oggetto della chiamata. Una scelta, quella di non rispondere all'appello, mal digerita dal collegio giudicante che ha disposto l'accompagnamento coattivo, incaricando il Carabinieri di rintracciare l'esponente della CISL presso al sede di via Besonda.

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A.M.
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