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Scritto Domenica 13 settembre 2020 alle 18:26

Lettera a un figlio che torna a scuola

Figlio mio,
domani ricominci scuola. È un nuovo inizio, perché “passi di grado” e vai alla scuola media, che nonostante mi occupi di scuola da sempre ancora non mi rassegno a chiamare “secondaria di primo grado”. Non è un merito tuo, è semplicemente un fatto anagrafico. Lo sai anche tu, quando la gente che abbiamo incontrato quest’estate ti diceva “bravo che vai alle medie”. Come se il tempo accelerasse o rallentasse in base ai nostri risultati scolastici. Se così fosse, io che adesso ingrigisco ma che a scuola andavo molto bene vorrei che il rapporto fosse inversamente proporzionale, e che passata una certa età i nostri risultati lavorativi e i nostri successi professionali potessero rallentare le lancette che scorrono. Ma tu hai fretta di crescere, e io ti invidio.
È un nuovo inizio perché per sei mesi e più hai vissuto a bagnomaria, come i cibi che si cuociono a fuoco lento. Capisco la tua voglia di tornare a scuola, che è insieme curiosità per l’ambiente, nuovo come saranno nuovi i compagni, gli insegnanti, le materie. E capisco la fatica di queste sere ad addormentarti subito sereno, come invece hai sempre fatto.
Ogni inizio è un nuovo inizio. Anche se tornassi nella tua classe di prima, anche se la scuola si fosse conclusa a giugno come sempre, anche se non ci fossero mascherine, banchi rotellati, procedure lambiccate, ogni inizio porterebbe con sé il potere della novità.
Perché mentre il mondo cambiava, sei cambiato anche tu.
Vorrei dirti di incominciare essendo consapevole di quello che sei. Hai un passato, un presente e un futuro. Entra in aula e saluta le persone che incontrerai senza ostentare le conquiste del tuo passato ma orgoglioso dei sogni che hai già incominciato a fare per il tuo futuro. A ogni nuovo inizio non si ricomincia da zero, si sale a spirale più in alto, avendo la sensazione di ritornare su passi già compiuti. Non dire “io queste cose già le so”, perché se anche le poesie dovessero essere quelle che già hai imparato, sei tu quello diverso.
Vorrei dirti di fidarti e affidarti. Chi ti guiderà a scuola ha scelto di fare un mestiere complesso che si ripaga anche con l’educazione e i sorrisi delle persone che aiuterà a germogliare. Non ci manca nulla in casa per poterti insegnare quello che imparerai a scuola: mamma conosce quattro lingue straniere, papà si destreggia abbastanza bene con l’italiano e la storia. Anche in scienze motorie se la cava abbastanza bene. Possiamo forse tentennare nelle scienze matematiche, ma crediamo nella preminenza delle arti liberali del trivio, dunque. Eppure non riusciremmo a insegnarti davvero quello che la scuola ti può dare.
Vorrei dirti di non avere paura. Capita sempre che i “più bravi” di quinta non siano i più bravi di prima media. Cambiano le gerarchie, le simpatie, le alchimie. Non mi importa che tu sia il più bravo della classe, se anche magari lo eri. Non me ne sono mai interessato. Mi interessa che tu non sprechi i talenti che hai, e che tu sia educato.
Si chiama scuola “media” non solo perché è in mezzo tra le elementari e le superiori, ma perché ti darà una misura, una media, un ritmo, una costanza di impegno e fatica che sarà il segreto per crescere e avere successo. Noi due andiamo spesso in montagna: quante volte lungo la strada ci ha superato qualche sbruffone che andava a mille all’ora e noi continuavamo del nostro passo, regolare, quello tagliato sulle nostre capacità, per goderci il cammino senza andare in crisi, tenendo magari una riserva per le situazioni di emergenza. E poi l’abbiamo ripreso. Mentre ansimava succhiando acqua dalla borraccia. Noi siamo andati avanti regolari, e siamo arrivati senza (troppi) crampi.
Non crederti chissà chi. Non lo dico per sminuirti: so quello che vali, e vali molto, molto più di quel che valeva il tuo papà alla tua stessa età. Ma metti giù il crapone e lavora. Ho conosciuto giovani di talento immenso che si sono spenti dopo pochissimo tempo, e ho visto persone comuni riuscire grazie alla tenacia della loro volontà. Se tu hai talenti, e ne hai, non dimenticarti mai che tutti ne hanno. E sii umile.
Non dire “ho fatto”, “sono riuscito”, “ho ottenuto”: chi ha gli occhi rivolti indietro inciampa e cade.
Non dire “farò”, “studierò”, “immagino”, “potremmo fare”: chi parla del futuro senza aver fatto niente evapora presto.
In generale, se puoi, non dire: ascolta. Se riesci fai. Comunque provaci.
Nemmeno dieci strati di mascherine o una secchiata di gel spegnerà nei tuoi insegnanti il bisogno e la capacità di esserti maestri: anche per loro è un nuovo inizio, e il loro nuovo inizio sei tu.
Stefano Motta
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