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Scritto Venerdì 18 settembre 2020 alle 11:55

Calolzio: di Valsecchi conosciamo quasi tutto ma non il volto

Si cerca un uomo senza volto. Pensateci: che a sparare a Salvatore e Alfredo De Fazio, uccidendo il primo e ferendo gravemente il secondo, sia stato – presumibilmente – Stefano Valsecchi lo si sa praticamente da qualche ora dopo il fatto di sangue. Alle quattro del pomeriggio di domenica i carabinieri già si erano presentati al cancello dell'immensa tenuta del 54enne con affaccio su via alla Ca', ai piedi del castello di Rossino di Calolzio. Vi sono tornati in massa questa mattina per una “battuta di caccia” in grande stile esitata in un sostanziale nulla di fatto, sgonfiando probabilmente l'ipotesi investigativa fondata sul non allontanamento dell'uomo dal suo “quartier generale”. Per quel che è dato sapersi, soprattutto dopo il blitz a vuoto scattato questa mattina prima delle luci dell'alba con tanto di elicottero in volo sopra il paese, militari in tuta d'azione e giubbotto antiproiettile lungo tutto il perimetro della proprietà e più macchine con lo stesso logo dell'autoparco di una grande multinazionale, Valsecchi potrebbe essere ovunque. C'è chi lo immagina come un nuovo rambo per i boschi del territorio. Chi già “al sicuro” in quella Calabria che parrebbe fare da sfondo, con le sue stirpi di malavitosi dai cognomi ricorrenti, all'intera vicenda. Ma potrebbe essere invece, con l'appoggio di qualche amico, ancora “tra noi”, a qualche chilometro da Calolzio. Del resto – famigliari e conoscenti a parte – ad oggi, venerdì 18 settembre, 5 giorni dopo l'assassinio di Salvatore De Fazio, chi ne conosce la fisionomia? Non c'è nemmeno la classica foto segnaletica del ricercato numero uno data in pasto a giornali e appassionati di gialli in salsa locale. Sappiamo un sacco di cose di Valsecchi – alcune probabilmente anche inventate o quantomeno imprecise – ma non sappiamo che faccia ha. Sappiamo che viene descritto come “un gran lavoratore. Uno che nel suo mestiere di muratore ci sa fare e che tiene in ordine anche la sua estesa proprietà, sudando nei campi”. Sappiamo che a parte un furto commesso anni addietro e una resistenza più recente, ha sostanzialmente una “fedina penale piuttosto pulita” mentre non si può propriamente dire lo stesso del figlio Michele sul quale, ad appena 25 anni, pende una condanna – almeno in primo grado – per una rissa a scopo estorsivo (senza il successo sperato) andata in scena anni fa in un locale di Calolzio per tentare di convincere il titolare della discoteca ad ingaggiare una società di bodyguard “sponsorizzata”, secondo gli inquirenti, dai mandanti della zuffa che ha portato alla chiusura del posto. Sappiamo che con il ragazzo quella volta c'era zio Luciano Caliò, fratello della mamma. Lo stesso condannato per un tentato furto nell'ex Passerini di Dolzago dove morì folgorato Fabio Mannarino, a sua volta imparentato con Graziano, terzo dei quattro processati per la già citata rissa nel night calolziese.
Sappiamo anche, per concludere con il gossip dopo la cronaca giudiziaria, che la mamma del fuggiasco vinse una grossa cifra – pare 300 milioni di vecchie lire – con un “sistemone”, aiutando così lo stesso Stefano ad acquistare la villa con ampio terreno dove quest'oggi lo hanno cercato decine di Carabinieri, gli unici forse – al netto dei già citati famigliari e amici – a conoscere i connotati di un uomo che, per i più, è ancora il signor nessuno. Capace però – forse per vendicare la mandibola rotta al figlio nottetempo forse per ben altro motivo – di fare fuoco su due persone, riservando parrebbe l'ultimo colpo per il volto di un padre di famiglia già steso sull'asfalto in una pozza di sangue.
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A.M.
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