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Scritto Giovedì 24 settembre 2020 alle 14:00

Olginate: l'omicidio, poi la pistola gettata nel fiume, la fuga e la latitanza. Davanti al GIP Valsecchi confessa la sua verità

Una confessione in piena regola. Non si è avvalso della facolta di non rispondere Stefano Valsecchi, l'omicida di Olginate che questa mattina è stato tradotto dal carcere in tribunale a Lecco dove - affiancato dal proprio difensore, l'avvocato Marcello Perillo - si è sottoposto all'interrogatorio di garanzia. Al contrario ha risposto alle domande postegli dal giudice Paolo Salvatore e dal sostituto procuratore Paolo Del Grosso, raccontando con dovizia di dettagli quanto accaduto quel maledetto 13 settembre quando, dopo aver esploso un colpo di pistola all'indirizzo di Alfredo De Fazio, ha puntato l'arma contro il fratello Salvatore, ammazzandolo.

Stefano Valsecchi al termine dell'interrogatorio di garanzia

I tre si erano dati appuntamento alle 13.30 nei pressi di una chiesina a pochi passi dall'abitazione dei due fratelli. Oggetto dell'incontro era il violento pestaggio della sera precedente, quando Michele - il figlio di Valsecchi appunto - era stato aggredito da uno dei De Fazio, riportando gravi fratture alla mandibola e allo zigomo che ne hanno poi richiesto il ricovero in ospedale.
''Le due famiglie non avevano problemi pregressi, non si conoscevano neanche'' ha chiarito l'avvocato Marcello Perillo. Non c'era dunque nessuna faida tra i De Fazio e i Valsecchi, se non le recenti vicende che avevano coinvolto i figli.
Due settimane prima dell'omicidio infatti, c'era stato un precedente scontro tra i due giovani. In quel caso ad avere la peggio era stato uno dei figli di De Fazio, che nella colluttazione aveva rimediato un pugno all'occhio. L'indomani Stefano Valsecchi aveva dunque incontrato i familiari del ragazzo in un bar in piazza a Calolziocorte, scusandosi per l'accaduto e promettendo loro che avrebbe parlato con il figlio.

L'avvocato Marcello Perillo

Una vicenda che sembrava essersi chiusa in maniera pacifica, sino a quel sabato sera, con l'aggressione nei confronti di Michele Valsecchi. Venuto a conoscenza che fra i presunti autori del pesteggio vi era proprio il figlio di De Fazio, il 54enne ha chiesto ai ''rivali'' tramite un intermediario, un incontro chiarificatore.
All'appuntamento però, Stefano Valsecchi si è presentato armato di pistola perchè aveva paura di trovarsi davanti più persone. Le intenzioni dunque, erano tutt'altro che pacifiche come avrebbe ammesso l'omicida davanti al giudice. ''Li volevo scassare'' avrebbe detto il calolziese riferendosi alla famiglia De Fazio. Dargli una lezione appunto, ma non ucciderli. L'incontro in effetti, si è chiuso nel peggiore dei modi. Al termine di una presunta colluttazione, Valsecchi avrebbe estratto la pistola - non sua, ma rinvenuta precedentemente all'interno di un cantiere - facendo fuoco prima su Alfredo, il più vicino, e puntando poi l'arma verso Salvatore, freddato con tre, quattro colpi di pistola. Nessun colpo di grazia avrebbe però esploso all'indirizzo del frontaliere originario di Belcastro quando era già a terra, come invece era emerso nei giorni scorsi. Il muratore calolziese lo ha negato.

Salito sulla sua vettura, non prima di aver notato la vittima a terra in una pozza di sangue, è poi velocemente fuggito facendo perdere per giorni le proprie tracce, sbarazzandosi della pistola, abbandonata nel fiume Adda.
Nulla si sa rispetto al periodo di latitanza che secondo alcuni avrebbe trascorso nei boschi della zona. L'unica certezza è che nella giornata di martedì - a più di una settimana dall'omicidio - Valsecchi si è costituito spontaneamente, consegnandosi di fatto ai carabinieri.
Al giudice l'indagato avrebbe riferito di essere molto dispiaciuto per quanto successo, pur ammettendo che ''in quel momento lo volevo uccidere'' e dichiarandosi ''fuori di sè'' quando, spaventato dal possibile arrivo di altri a dar manforte ai due De Fazio, ha premuto il grilletto.
Nonostante ciò l'avvocato Perillo ha precisato che non si appelleranno ad un'eventuale incapacità di intendere e volere, nè alla legittima difesa. La linea processuale scelta è stata dunque quella della confessione, che il legale ha definito ''reale e credibile'', riferendosi all'udienza di stamani in tribunale, durata oltre due ore.
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