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Scritto Venerdì 16 ottobre 2020 alle 18:30

Calolzio: tre schiaffi e una sedia in testa alla moglie, marito tradito è assolto

Il giudice Enrico Manzi
A processo per maltrattamenti in famiglia, lesioni personali e violenza privata: ne è uscito pulito. L'uomo, un camionista di 52 anni, è finito sul banco degli imputati dopo una lite con la moglie avvenuta il 28 settembre 2018. Il diverbio era culminato con una sedia finita in testa alla donna (per la quale ha ottenuto 10 giorni di prognosi per trauma cranico) e l'arresto dell'uomo, dopo che i figli della coppia avevano allertato il 112.
Oggi, difeso ed interrogato dal proprio difensore di fiducia, l’avvocato Marcello Perillo, l'imputato ha ripercorso insieme al giudice Enrico Manzi le vicende che hanno portato allo scontro di due anni fa.
“In 25 anni di matrimonio non ho mai alzato le mani su mia moglie” ha iniziato, per poi ricordare di come il rapporto si era raffreddato dopo l'inizio del suo lavoro fuori dai confini nazionali, un'occupazione che gli consentiva di tornare nella sua dimora di Calolzio solo nei weekend. A maggio 2018, quando era venuto a conoscenza del tradimento della consorte, erano perfino volati tre schiaffi e si è sentito di “sequestrare” alla donna il cellulare (lasciandole però la scheda SIM) che le aveva regalato a Natale e che, però, lei continuava ad utilizzare per contattare l'amante. “Ho trovato dei messaggi molto espliciti e sarà che sono Calabrese... ho reagito così d'impulso”.
Dopo una breve riconciliazione durante le vacanze estive, con la ripresa dell'attività lavorativa lontano da casa, l'odierno imputato ha raccontato al giudice di essere venuto a scoprire nuovamente del tradimento la sera prima del suo arresto.
A quel punto erano scattate nei confronti dell'uomo le misure cautelari del divieto di dimora a Calolzio e del divieto di avvicinamento alla famiglia, ad oggi scadute.
“Adesso le cose vanno bene” ha concluso l'uomo, spiegando di essere riuscito a ricucire la relazione con la moglie.
Alla chiusura del dibattimento, il Vpo Mattia Mascaro ha chiesto una pena pari a un anno, 8 mesi e 15 giorni di reclusione. Al contrario, l'avvocato Perillo ha chiesto l'assoluzione dell'imputato concentrandosi in particolar modo sull'addebito di maltrattamenti in famiglia: “è il tipico caso di scuola che si farebbe studiare per il distinguo fra maltrattamenti come reato abituale e i singoli episodi di lesioni, minacce etc.” ha spiegato il difensore. “Chiedo l'assoluzione perché il fatto non sussiste”.
Il giudice Enrico Manzi, dopo una breve camera di consiglio, ha letto il dispositivo della sentenza: il calolziese è stato assolto dal Tribunale di Lecco perché il reato di maltrattamenti in famiglia non sussiste. Il magistrato ha poi dichiarato il non procedersi per le lesioni personali per la remissione di querela da parte moglie e la non punibilità per il reato di violenza privata per particolare tenuità del fatto.
F.F.
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