Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o se vuoi negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Proseguendo la navigazione nel sito, acconsenti all'uso dei cookie.
ACCETTA
  • Sei il visitatore n° 104.375.810
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
cartoline
polveri sottili
Valore limite: 50 µg/mc
indice del 26/11/20

Merate: 88 µg/mc
Lecco: v. Amendola: 56 µg/mc
Lecco: v. Sora: 44 µg/mc
Valmadrera: 69 µg/mc
Scritto Martedì 17 novembre 2020 alle 18:14

Manzoni, dottor Maniglia: ''il limite di resistenza lo abbiamo superato da tempo. I pazienti sono più brutti e più giovani''

“Abbiamo passato l'estate sapendo che qualcosa sarebbe tornato, non sapevamo né come né quando. Certo speravamo un po' più in là. E purtroppo stiamo stati presi ancora alla sprovvista”.
Il dottor Paolo Maniglia, anestesista rianimatore, direttore di struttura semplice dipartimentale di terapia del dolore, è ancora in trincea con i suoi colleghi. La testa dal guado l'hanno tirata fuori giusto qualche settimana questa estate e poi sono ripiombati nuovamente nel girone infernale del covid.

La foto scattata ieri in reparto dal dr. Maniglia

Ieri, smontando dalla notte, ha pubblicato sul proprio profilo Fb una fotografia in bianco e nero, di una suggestione incredibile, di un paziente riverso su un tavolino. Inerme, allo stremo delle forze, con i polmoni sfiancati dal covid. Così come medici e infermieri, stanchi e provati, probabilmente anche delusi e arrabbiati. "Ciascuno con il suo covid".
“La posizione di quella persona sul tavolino è scelta per farla respirare meglio, perchè apre i polmoni. Ma è molto faticosa perchè ci deve stare 3-4 ore per un paio di cicli al giorno. I pazienti sono critici come quelli della prima ondata, solo che sono meno anziani e anche più complessi e brutti. La più giovane è stata una 39enne” ha spiegato ritagliandosi qualche minuto dalla frenetica attività di reparto, che non è solo covid.
Ai malati per il virus, nel suo reparto infatti si alternano anche quelli per complicanze e patologie “generiche”: traumi, postumi da operazioni, soggetti con perforazioni. E dunque il lavoro diventa doppio perchè doppie e differenti sono le gestioni dei malati. Ma gli operatori sono sempre gli stessi e le forze ormai allo stremo.
Il punto di rottura per il dottor Maniglia è già stato ampiamente superato tanto da avere commentato con sarcasmo “Continuo a leggere che la sanità è al limite in Lombardia... Gentilmente avvisateci quando lo supera così ci raggiunge”. Nella prima ondata gli operatori sanitari andavano a casa il meno possibile, sia perchè i ritmi erano incalzanti sia per mettere il meno possibile a rischio i famigliari e poi gli stessi degenti una volta rientrati in corsia.

Un'altro scatto, di ottobre, in terapia intensiva al Manzoni

“Si continua a dire che la sanità tiene e siamo al limite. Noi questo limite lo abbiamo superato già da tempo. Il nostro lavoro è oltre il confine della tolleranza e delle nostre possibilità, stiamo facendo il 200% perchè oltre al covid qui abbiamo la routine da gestire di pazienti non positivi oppure di pazienti positivi ma in rianimazione magari per un trauma”.
Sono stanchi, preoccupati e non vedono la luce in fondo al tunnel. E se non la vedono loro, non c'è da ben sperare.
“La sanità era già fiaccata dalla prima ondata, anche se in realtà era già sofferente prima del covid. Ora il ritorno in questo modo ci ha steso. Sapevamo che saremmo partiti svantaggiati in termini di forze. A marzo ci siamo dovuti inventare soluzioni, questa volta ci dicevamo che avrebbero dovuto solo essere messe in atto ma non abbiamo fatto conto della stanchezza, della carenza di personale, della convivenza in reparto di pazienti ordinari e covid. E adesso abbiamo il personale che si ammala”.
Su quando finirà il dottor Maniglia, non ha risposte.
“Nel primo lockdown si vedevano i risultati con i contagi che pian piano diminuivano e andavamo a casa con la speranza che prima o poi tutto sarebbe finito e quindi tiravamo dritto nel nostro lavoro. Adesso non sappiamo come andrà a finire e quando. Certo se le prospettive sono quelle di arrivare così in primavera, dal punto di vista emotivo e del morale siamo a terra ed è sconfortante. La cronicizzazione di questa situazione porta a una incertezza che non aiuta”.
S.V.
© www.leccoonline.com - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco