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Scritto Giovedì 19 novembre 2020 alle 15:10

Olginate: la storia 'da perder la testa' di un artigiano positivo e della sua famiglia, nell'attesa di un tampone che non arriva

Quel “vada a casa tranquillo, lei al 99% non ha il covid” con il senno di poi gli deve essere suonato nelle orecchie come il famoso “Enrico stai sereno” detto da Renzi a Letta prima di fargli le scarpe. Una vera e propria beffa. Solo che nella storia che stiamo per raccontarvi di mezzo c'è la salute di un uomo e della sua famiglia. Moglie e due figliolette. Salute fisica, certo, ma anche “mentale”. Perchè, come è umanamente comprensibile, rimanere in attesa per giorni e giorni di qualcosa che non arriva, sfianca. Tanto più se la nuova bufera ti investe dopo aver già superato, da poco, una tempesta, sapendo, per giunta, di non avere neppure le spalle coperte economicamente.
Dopo aver sconfitto nel mese di marzo un tumore, un papà di Olginate, artigiano e dunque senza le garanzie del lavoratore dipendente, sabato 31 ottobre si sente poco bene. “E' stato male e ho dovuto chiamare l'ambulanza perchè non si reggeva proprio in piedi” racconta la consorte, voce narrante di una odissea, iniziata con un viaggio d'andata a sirene spiegate e uno di ritorno, in auto, dall'ospedale. E già perchè seppur presentasse “saturazione bassa, mancanza di fiato e dolori muscolari”, per il medico che lo ha preso in carico nell'ala filtro del pronto soccorso – dove gente con il coronavirus c'era di sicuro – il “male del momento” sarebbe stato da escludere, tanto da dimetterlo con la prescrizione di uno sciroppo e l'invito a porsi comunque in isolamento preventivo, in attesa dell'esito del tampone effettuato in struttura “per prassi”. “Sono andata io stessa a riprenderlo, non lo hanno mandato a casa in ambulanza, “tanto stai bene” gli hanno detto”.
Lunedì 2 novembre, in risposta a una mail della moglie, arriva l'esito: positivo. “Avvisiamo chi di dovere che era stato in contatto con noi famigliari prima di sabato. E parte l'attesa della famosa chiamata dell'ATS. Parlo con il medico di base che dice “siete stati segnalati dall'ospedale, automaticamente siete stati messi in lista”. Passa una settimana, sappiamo che il secondo tampone va fatto al decimo-quattordicesimo giorno e stiamo tranquilli ad aspettare. Nel frattempo giovedì mia cugina mi chiama dicendo di aver effettuato il test rapido dal suo dottore e di aver contratto il virus. Due giorni dopo la stessa cosa per suo marito. Il mio nel frattempo non si reggeva ancora in piedi. Ricontatto il nostro curante: parte la cura con cortisone, antibiotico e punture. Forse se si cominciava subito dall'1 novembre mio marito si sarebbe ripreso subito. Oggi, mercoledì 18, è il primo giorno di luce, luce, luce: lui sta bene, è tornato quello di sempre, stufo ormai di stare in casa e con le balle piene di attendere la famosa chiamata di ATS che ancora non è arrivata”. Dall'esito del primo tampone somministrato il 31 ottobre in ospedale, sono passati infatti 16 giorni, un arco temporale in cui – denuncia la famiglia olginatese – nessuno dell'Agenzia per la Tutela della Salute, li ha contattati.
“Forse stanno seguendo quelli segnalati dai medici di base. Quelli dimessi dal Pronto soccorso come mio marito finiscono nel dimenticatoio? Il nostro dottore poi ci ha comunicato che al 21esimo giorno dall'insorgenza della malattia, il paziente potrebbe tornare a lavorare, senza effettuare altri accertamenti. Ma come possiamo essere sicuri che mio marito si sia negativizzato e non infetti altri? La pediatra nel frattempo mi viene a dire che le nostre figlie non possono tornare a scuola se non si ha l'esito del tampone del padre e il mio datore di lavoro non mi riprende senza la prova del non contagio perchè mio marito è stato lasciato in isolamento in casa. Vedo che montano tendoni ovunque per far fare tamponi a alunni e professori, soltanto perchè c'è stato in classe un positivo con il quale in teoria non dovrebbero aver avuto contatti non potendogli passare neanche la penna... E perchè invece mio marito viene “lasciato indietro”? E' un artigiano, non ha una busta paga. E' una situazione che ci sta portando all'esaurimento. Siamo chiusi in casa e non possiamo uscire. Abbiamo paura. Ieri siamo arrivati al punto di andare a fare il test privatamente, uscendo a nostro rischio. Se ci fermavano? Abbiamo anche la macchina con le gomme “sbagliate” ma negli ultimi 15 giorni non abbiamo avuto modo di andare a far mettere quelle invernali... E la nostra problematica è condivisa da tanti. Mi sembra manchi rispetto per l'essere umano. Forse perchè sono uscita da un periodo abbastanza grigio perchè già in tempi di coronavirus ho dovuto combattere con mio marito che ha avuto il tumore. Ho due figlie che si stanno abbattendo emotivamente, non hanno più sfoghi per loro. Anche solo dover dire loro “non andare la perchè c'è il papà”, “non avvicinarti”, “fai silenzio che il papà non sta bene” fa diventare pazzi..”.
A stretto giro l'esito del tampone fatto privatamente. Ma qualunque sarà il responso, resta l'amarezza e quella sensazione di essere stati “dimenticati”, tra le centinaia e centinaia di “casi” che hanno però nomi, cognomi, sensibilità e problemi “umani”.

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