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Scritto Mercoledì 25 novembre 2020 alle 08:29

Lecco, 25 Novembre: 126 contatti per 'Telefono donna' da inizio anno. Ci sono anche over 70. Ferma la prevenzione nelle scuole

Lella Vitali
“Con l’avvento della pandemia e del lockdown è diventato tutto più complicato. Dovendo stare a casa in una situazione di convivenza prolungata è molto più facile arrivare a violenze e molto più difficile telefonare, chiedere aiuto”. Bastano poche parole - quelle pacate e puntuali di Lella Vitali - per inquadrare un fenomeno che, insieme a tanti altri, si è aggravato con l’arrivo della pandemia e delle conseguenti misure restrittive. Perché “casa” non è sinonimo di sicurezza per chiunque, nemmeno ai tempi del coronavirus, e men che meno lo è per le donne che subiscono violenza domestica. “Talvolta consigliamo loro di chiamarci quando escono per andare a fare la spesa, perché, dovendo essere fatta di nascosto, è l’unico momento in cui sono da sole, lontane dalla figura violenta”.
Sono 126 i contatti che l’associazione Telefono Donna di Lecco - di cui Vitali è presidente - ha raccolto durante l’anno in corso; telefonate spesso strappate ad una quotidianità divenuta invivibile a seguito di una convivenza prolungata che ha fatto scoppiare situazioni borderline “in cui magari non c’è una violenza vera e propria come siamo abituati a pensarla, ma c’è un malumore più diffuso, un malessere”.
Dei 126 contatti avuti al 15 di novembre sedici donne hanno un’età compresa tra i 18 e i 27, venti donne tra i 28 e i 37, quarantotto tra i 38 e i 47, ventinove tra i 48 e 57 e nove tra i 58 e i 67; quattro sono le donne over 70.
Numeri eterogenei che raccontano di un fenomeno - una piaga - che per lo meno nel lecchese è trasversale: su 126 donne, infatti, 34 sono straniere provenienti dai paesi più disparati - Marocco, Tunisia, Egitto ma anche Costa d’Avorio e Senegal così come Albania, Moldavia, Bolivia e Perù - e  non è riscontrabile uno “status sociale” di appartenenza specifico. “Quasi tutte sono diplomate, con qualche eccezione per le straniere”, ma in genere il livello di studio è medio-alto “con alcune persone laureate, sia lei che lui”. Non è perciò il grado di istruzione e nemmeno lo status socio-economico a fare la differenza, se non per il fatto che “forse il laureato e il ricco hanno più strumenti per fare in modo che la cosa non salti fuori”. E di certo la situazione attuale non favorisce i contatti con l’esterno, specialmente per coloro che sono abituate a vedersi negata qualsiasi forma di indipendenza: “Alcune di loro vengono completamente annullate: donne che non hanno accesso al bancomat e alle quali viene ‘riconosciuto’ un tot di soldi alla settimana, donne che non hanno accesso all’automobile e che sono costrette in casa senza nessuna autonomia. Sembra una cosa assurda nel 2020”, ma racconti di questo tipo sono una cruda testimonianza di quanto succede, ancora oggi, tra le mura domestiche di molte case lecchesi.
Lo striscione di Telefono Donna appeso fuori dal Municipio
di Lecco in questi giorni
Ad aggravare la situazione anche la questione economica legata al prolungamento del lockdown e alla conseguente perdita del lavoro: non solo la disoccupazione o la cassa integrazione possono creare malumori e aumentare le possibilità di violenza tra le mura domestiche, ma la fragilità economica imposta ad alcuni in questi tempi limita anche le possibilità di “staccarsi” da un contesto malsano da parte della vittima: “la donna è la persona su cui viene ribaltata tutta la fatica dell’uomo, anche in questa situazione, e le difficoltà economiche rendono più difficile l’uscita dal contesto di violenza”.
Un altro contesto in cui Telefono Donna opera ormai da anni e che, con l’avvento della pandemia, ha dovuto fare a meno dell’attività dell’associazione è la scuola: “ormai da 7 anni operiamo nelle scuole superiori, a partire dalle classi terze: le situazioni di violenza esistono già a quell’età”. Esistono ma poco se ne parla, forse perché nell’immaginario comune la violenza contro le donne riguarda esclusivamente situazioni in cui i coinvolti sono persone adulte. Ma la realtà è ben diversa, anche perché “contesti di violenza vera e propria sono in atto già a 16-17 anni: situazioni in cui la ragazza deve mandare foto al ragazzo per dimostrare dove si trova in ogni momento, il bisogno di avere il controllo sui movimenti della ragazza, il divieto di uscire il sabato sera - lei no, lui sì”. Sono solo alcuni degli esempi raccolti nell’attività di prevenzione che da anni l’associazione svolge all’interno degli istituti scolastici a cui difficilmente ci si abitua, specialmente per il fatto che “per noi è stata una sorpresa enorme, mentre le ragazze spesso ne parlano come se fosse una cosa normale”.
Con l’avvento della didattica a distanza, il tracciamento e l’attività di prevenzione sono venute meno: “in primavera è saltato tutto, le scuole le abbiamo perse completamente” ma sembra che il rischio di violenza non si sia estinto con la limitazione delle occasioni di contatto tra i giovani. piuttosto, pare essersi spostato molto di più sulla rete: “stando molto più collegati al telefono c’è l’impressione che sui cellulari girino molti più foto e video pericolosi e che facilmente raggiungano molte persone”. Lella Vitali fa riferimento la revenge porn, il reato tristemente balzato alle cronache anche nei giorni scorsi e che pare si stia diffondendo ampiamente tra i giovani - complici anche i periodi prolungati sui social, molto più di prima a causa delle restrizioni anti-covid, che hanno portato la violenza dietro gli schermi dei cellulari.
In chiusura di conversazione Lella Vitali, guardando alle settimane future, confessa poco ottimismo, specie in riferimento alla prossima primavera: “passeremo ancora mesi in questa modalità, senza poterci muovere e questo crea tensioni anche nelle persone comuni”.
Ciò di cui la presidente è convinta, però, è che il 25 novembre - giornata internazionale contro la violenza sulle donne - “ha fatto sì che il problema venisse a galla, mentre prima non se ne sapeva molto, e ora anche le donne più anziane cominciano a chiedere aiuto, nonostante il fatto che uscire di casa ad una certa età diventa ancora più difficile”.
Ma l’importante, in ogni caso, è poter tendere una mano a chi ne ha bisogno: un aiuto che, dopo anni di lavoro sul campo, Lella sa dover essere accompagnato dall’assenza di giudizio perché “le situazioni sono tante e diverse, c’è chi le vive in un modo e chi in un altro e noi siamo qui per ascoltare, dare fiducia e offrire un sostegno”.
Anna Airoldi
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