Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o se vuoi negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Proseguendo la navigazione nel sito, acconsenti all'uso dei cookie.
ACCETTA
  • Sei il visitatore n° 118.940.136
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
cartoline
polveri sottili
Valore limite: 50 µg/mc
indice del 13/04/2021
Merate: 16 µg/mc
Lecco: v. Amendoa: 4 µg/mc
Lecco: v. Sora: < 2 µg/mc
Valmadrera: 4 µg/mc
Scritto Domenica 20 dicembre 2020 alle 10:18

SCAFFALE LECCHESE/26: un suicidio di quasi 160 anni fa ancora attuale e...umoristico

Consigli ai giovani innamorati, troppo poetici e aspiranti suicidi. Perché «vale assai meglio vivere da galantuomo che morire da imbecille». Quasi un trattato a uso delle giovani generazioni, il romanzo tutto lecchese di Antonio Ghislanzoni, pubblicato in prima edizione nel 1864 a Milano dall’editore Redaelli e che, anacronisticamente, si sviluppa nel giro di pochi mesi tra la fine di settembre di quello stesso 1864 e il febbraio 1865. Malaugurati (o sibillini?) errori di stampa, tra l’altro, già nella primissima edizione spostano gli eventi finali addirittura al 1885. Errori che curiosamente si trascinano nelle edizioni successive, pur cambiando parrocchia: noi abbiamo tra le mani l’edizione Sonzogno del 1888 che quegli errori reitera. Malaugurati o sibillini?  Vai a sapere. Con il Ghislanzoni di mezzo mica si può stare tranquilli.

L’edizione Sonzogno del 1888

La prima edizione del 1864

“Un suicidio a fior d’acqua” è il titolo dato a un romanzo che – nonostante il tema delicato e l’incombere di una tragedia – è definito “racconto umoristico”. In effetti, attorno al diciottenne che decide di farla finita, si muove una congerie di personaggi bizzarri, si intrecciano storie umane rocambolesche che offrono al nostro autore l’occasione per un’ironia tagliente, vera e propria satira nei confronti della società borghese dell’epoca.
La storia inizia in un giorno non detto del 1864 (ma siamo alla vigilia della tradizionale Sagra di San Michele sul Monte Barro che si tiene a fine settembre), quando l’io narrante – e quindi il Ghislanzoni stesso – viaggia in pittoresca compagnia sull’omnibus da Monza a Lecco. Sono tutti personaggi che ricompariranno durante la narrazione: come l’oste ballabiese Buonaluna che dormirà abbracciato a una botte dopo non moderate libagioni; come la voluminosa affittacamere Felicita Bisogni: dirà di consumarsi per amore nonostante l’evidenza di un volume che sembra raddoppiarsi; come l’impiegato delle ipoteche Narciso Schenotti alla ricerca di una giovane moglie.

Antonio Ghislanzoni

Della brigata fa pure parte il giovane Arturo Leoni – protagonista della nostra storia - che il padre ha inviato da Milano a far pratica di commercio presso un amico lecchese: tale Somenza,  dai modi poco garbati se non villani, «uno di quei tipi  molto comuni nella borgata e nel territorio di Lecco, i quali per un credito non sempre legittimato dai capitali o dalla rettitudine, trattano dall’alto in basso tutti quei loro compaesani che per avventura non hanno rappresentanza sulla piazza del mercato».
Il giovane Leoni legge l’Ortis di Foscolo, fa voli pindarici, non ha gran voglia di abbruttirsi nel commercio, sentendosi votato a più alti valori che non il far di conto e destreggiarsi tra e miserie umane; sperpera in poco tempo il tesoretto affidatogli dal padre per una tranquillità di qualche mese. Ciò soltanto «per eccesso di buongusto» che ne provocavano prodigalità e spensieratezza: così chiosa il Ghislanzoni, che sfodera poi una tirata contro il lavoro, il quale «checché ne pensino i nostri babbi o tutori, ripugna alla natura umana. Di tutte le umane follie, questa di sottomettersi spontaneamente alla condizione di paria, è senza dubbio la più avversa a ogni legge naturale. E nondimeno la società si mostra inesorabile coi giovani, quando in essi intravede il nobile istinto della ribellione al lavoro».
La cornice del racconto è tutta lecchese. Ci sono l’albergo del Leon d’Oro e il Caffè Colonne, l’albergo Croce di Malta e il Teatro della Società, un po’ più fuori la Malpensata e già in campagna “Germagnedo”. Ma c’è anche, nel cuore del borgo, un fantomatico Caffè Scola (nome probabilmente, adottato dall’autore per evitarsi noie), crocevia dal quale passano, di persona o meno, tutte le esistenze e le magagne, fucina di pettegolezzi, maldicenze e invidie.

I luoghi lecchesi cornice della narrazione

Il giovane Arturo è in quella fase in cui scopre a poco a poco che la realtà tradisce le grandi aspirazioni, ma nel contempo lancia il suo cuore all’arrembaggio, innamorandosi senza ritegno. Bacia e dimentica subito una giovane Olimpia, la quale continuerà invece a spasimare pericolosamente. Ma il ragazzo perde il senno per un’altra Olimpia, già trentenne, femme fatale, sposata e circondata da una corte di squinternati cicisbei.
Non stiamo a raccontare l’amore contrastato, le illusioni del giovane e il giocar di lei come il gatto con il topo, non stiamo a raccontare gli incontri, i messaggi, le lettere, gli equivoci. Lasciamo al lettore il piacere di addentrarsi in sentimento che finisce con lo stordire il giovane Leoni.
Finché il nostro protagonista non regge più la parte in commedia e decide per il suicidio. A tentare di scongiurare la tragedia interviene il narratore in persona: chiede al giovane amico di concedergli cinque giorni perché possa convincerlo di quanto fuori luogo sia un gesto estremo. Se con questo voglia lasciare in terra una scia di rimorsi e piaghe: nella donna che l’ha sprezzato e in tutti quegli altri che l’hanno deriso e vituperato.
Nei giorni del carnevale 1865, viene inscenato un finto suicidio, alla Malpensata: il tonfo di un masso in acqua a simulare il tuffo letale, i vestiti e una lettera di confessione lasciati sulla riva. E nella notte po’ freschetta, sulla barca che conduce i nostri verso Mandello, Arturo Leoni si ripara avvolgendosi in una coperta di lana: «Quella precauzione era indizio manifesto ch’egli temeva i raffreddori più che la morte, od almeno nel feroce proposito di togliersi volontariamente la vita, usava le debite cautele per non essere prevenuto dalla tosse o da altro malanno».
All’indomani, quando il suicidio del giovane è ormai sulla bocca di tutti, due maschere turchesche si aggirano per le strade del borgo: sono naturalmente i due amici che indugiano nelle strade e nei locali, ascoltano i commenti della gente e lo svaporare delle chiacchiere nelle mattane carnevalesche, fino alla gran serata danzate al Teatro della Società. L’intento del narratore è far comprendere allo sventurato giovane come il suo atto di protesta a nulla sia valso: già lo han quasi dimenticato, nessuno pare provare alcun rimorso, derisione e vituperio continuano.
A quel punto, Arturo Leoni è davvero libero di scegliere. Ciò che sceglierà, ve lo lasciamo scoprire.
Comunque, è davvero un peccato che il romanzo sia ormai dimenticato nelle biblioteche e che qualche editore non lo ripeschi. Nonostante scritto ormai 160 anni fa, è ancora attuale.



SCAFFALE LECCHESE -  QUI tutte le puntate precedenti
Dario Cercek
© www.leccoonline.com - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco