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Scritto Giovedì 31 dicembre 2020 alle 21:23

Per non buttare via un anno

Figlio mio carissimo,
di tutte le usanze apotropaiche dell'ultima notte dell'anno, i botti, il bacio sotto il vischio, il gettare dal balcone le cose vecchie che non si usano più, le lenticchie scaramantiche promesse di denaro e fortuna, questo 2020 che finisce pare meritarsi un sonoro e sguaiato invito acciocché detto anno si rechi a subire pratiche famose nella città gemella di Gomorra. Una specie di V-Day, dove la V non sta per "vaccino", non so se mi sono spiegato.
"Anno nuovo, vita nuova", si usa dire, e dopo aver dovuto sopportare la retorica delle lenzuola colorate ai balconi che pensavano che sarebbe andato tutto bene, adesso tocca sorbirci anche la damnatio memoriae iconoclasta che getta alle ortiche 366 giorni di vita: "anno bisesto, anno funesto".
Io ti vorrei dire che questo 2020 non è stato affatto semplice, perché nessun anno, nessuna settimana, nessun giorno lo è mai. Alla preoccupazione per il lavoro, alla tensione un po' curiosa per i nuovi inizi - hai incominciato le medie, lo scorso settembre! - si sono aggiunti i timori per il virus, e la necessità di una nuova fantasia, per reinventare spazi e tempi della scuola, della scrittura, del lavoro, dello sport, della vita in famiglia.
Se non apparisse anch'esso paradossalmente retorico, vorrei fare insieme a te un gioco diverso, e scegliere non cosa vogliamo buttare di questo 2020, ma cosa terremo, come un dono prezioso.
Mi tengo le lepri e i ricci nel giardino di casa. Mi tengo la lettura calma e la scrittura nervosa, sorgenti pure perché nascoste, limpide e fresche fonti di pace, finestre sul futuro.
Mi tengo insegnare da casa mentre anche tu fai lezione, rubandoci la mia scrivania, in una complicità goliardica e benedetta. Mi tengo il tempo risparmiato per i lunghi tragitti casa-lavoro in auto e speso a cucinare. Mi tengo la comodità di vestirsi in modo più facile, e apparire meno distanti in video anche se lontani.
Mi tengo l'essenzialità prima obbligata e poi imparata.
Mi tengo la lontana vicinanza con i nonni, dono prezioso e fragile da proteggere.
Mi tengo la nostra salute, conservata con meticoloso rispetto delle buone norme, e ricevuta ogni giorno in dono, con gratitudine, perché essere attenti non bastava. Io non lo so se si chiama caso, fortuna, culo, Provvidenza o prudenza: so che ci siamo, ancora, e non è stato solo per meriti nostri.
Io non lo so se, potendo, lo cancellerei davvero questo 2020.
Mi rileggo e vedo che ho esordito con "apotropaico", e ho continuato con "iconoclasta" e via baroccando. Ogni tanto mi dimentico che hai solo undici anni, e mi specchio in te accelerando il tuo tempo e riportando indietro le lancette del mio, incontrandoci a metà delle nostre vite. Anche questo ci ha portato la vicinanza un po' forzata di questo anno così singolare. E so che tu hai imparato da me meno di quello che io ho imparato da te.
Noi compriamo per contrasto le cose più preziose, e non c'è moneta reale o elettronica che ci sia servita o bastata. Per tutto il resto c'è la carta di credito, per le cose che non hanno prezzo il prezzo siamo noi.
Mi tengo tutte queste cose, pagate con questi giorni del 2020. Mi tengo questi 366 giorni che passeranno alla Storia dell'umanità, e ogni minuto della nostra storia, di "genti meccaniche e di piccol affare", che anche se è stata storia di noi soli, chiusi in casa, ha la S maiuscola.
Stefano Motta
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