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Scritto Sabato 16 gennaio 2021 alle 13:22

Sant'Antonio e la sua cucina, tra uregiatt, polenta 'oncia' e... lardo

Dopo le feste da Natale all’Epifania arriva, nel corrente fine settimana, il 17 gennaio con sant’Antonio Abate “il santo del porcello”. Secondo gli agiografi del santo egiziano il maialino che fiancheggia, tante volte, Antonio non è altro che il diavolo trasformato dai poteri miracolosi del santo stesso durante la vita eremitica nel deserto tra preghiera e lavoro. Così l'Abate è divenuto protettore degli animali, in particolare di quelli domestici e da cortile.
La festa del santo ha origini in antiche tradizioni del mondo agricolo dove non mancano le cerimonie, le fiere, gli incontri conviviali, i falò al primo calar della sera. Un “contorno” di folclore popolare, quest’anno ovunque ridimensionato dall’epidemia di coronavirus.
La festa di sant’Antonio Abate a Valmadrera risale al 1567; è nella tradizione l’appuntamento a tavola con i grossi ed appetitosi ravioli, detti “uregiatt”; un convivio accompagnato da qualche “sorsetto” di nostranello, uscito dai vigneti del Ceppo di Preguda e di altre balze terrazzate. “C’era la tradizione di far fiamma nella vigilia del patrono”, ricordava il non certo dimenticato Achille Dell’Oro, prezioso cultore di tradizioni popolari. Era lo stesso Dell’Oro, al quale è dedicata una sala della civica biblioteca di Valmadrera, che diceva “Le fiamme per sant’Antonio sono un segno di purificazione dell’aria e dei campi, un rito per conservare la fertilità bruciando ramaglie e malgasc”.

Sant’Antonio Abate è festeggiato anche a Malavedo di Laorca, nella vallata del Gerenzone, tra il ferro delle fucine e la deviazione artificiale della Fiumicella. A Malavedo e in tutto il quartiere di Laorca si è rinnovato già oggi il piatto della festa: i grossi ravioli caratterizzati da un ripieno senza carne, ma denso di amaretti, uvette, formaggio grana, aglio, prezzemolo ed altro ancora. Singolare la statua “nera” di sant’Antonio Abate, conservata nella famiglia di Emilia e Giuseppe Panzeri.

La statua alla famiglia Panzeri è giunta dalla parente Angela Aldè, residente a Malavedo; è sicuramente più che centenaria, secondo testimonianze orali riferite e tramandate; era presente nella chiesa del rione già all’inizio del Novecento. E’ diventata nera, affumicata dai lumi delle tante candele accese per devozione al santo. L’unica indicazione circa la provenienza della statua è quella che si può leggere sulla base “A. Brambilla – Milano”.
L'eremita era anche invocato da coloro che erano colpiti da una malattia fastidiosa e dolorosa come il “fuoco” di sant’Antonio; il bruciore e la sofferenza venivano alleviati con l’applicazione di lardo di maiale, lo stesso animale che accompagna il patrono nella sua immagine più popolare.
A Crebbio di Abbadia Lariana, la cucina della festa di sant’Antonio si completa con la polenta “oncia”, la trippa e quel dolce singolare di alcune zone lariane, che è la “meascia”.
A.B.
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