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Scritto Sabato 16 gennaio 2021 alle 16:25

Dieci piccoli Sherpa

Oggi, alle 16.58 ora locale dieci alpinisti nepalesi hanno raggiunto la vetta del K2 (8611 m.) compiendo la prima ascesa invernale della seconda montagna più alta del mondo, l’unica a non essere mai stata conquistata in inverno. I loro nomi sono Nirmal Purja , Gelje Sherpa, Mingma David Sherpa, Mingma G, Sona Sherpa, Mingma Tenzi Sherpa, Pem Chhiri Sherpa, Dawa Temba Sherpa, Kili Pemba Sherpa, Dawa Tenjing Sherpa.

Ho seguito l’ascesa attraverso gli aggiornamenti puntuali del mio amico Luigi Bignami, giornalista e divulgatore scientifico tra i più esperti e gentili, nonché, in gioventù, alpinista, e mio collega insegnante.
Attraverso di lui ho appreso quel che può sembrare un aneddoto, ma a chi sa qualcosa di cosa voglia dire non dico scalare ma anche semplicemente stare fermi e respirare sopra quota 8000 apparirà per quel che davvero è: a pochi passi dalla vetta i primi arrivati si sono fermati, per attendere i loro compagni e salire in cima tutti e dieci, tutti insieme.
A chi sa qualcosa di storia dell’alpinismo e delle modalità con cui noi italiani abbiamo conquistato per primi quella vetta, questo particolare dovrebbe dire molto.
Perché la cima non è una conquista, è un dono. E un uomo o due da soli sono troppo piccoli per dire di aver dominato una montagna. Dietro ogni grande impresa c’è un lavoro di squadra, anche dietro questa che può persino sembrare inutile.
A cosa serve scalare una montagna come il K2 in pieno inverno, esponendosi a rischi altissimi?
A niente.
Come la pittura, la poesia, la musica, la danza.
I nostri passi che calcano la neve della cima non aggiungono nulla alla grandezza immensa di una montagna, e di quella nello specifico. I passi di questi dieci nepalesi, gente abituata a fare troppo spesso da “portatori” per ricchi occidentali che pagano per essere portati in vetta, restituiscono a quella montagna, alla “loro” montagna, una sorta di ancestrale purezza.
E insegnano a tutti noi che non vince chi arriva per primo, ma chi condivide un dono.
Stefano Motta
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