Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o se vuoi negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Proseguendo la navigazione nel sito, acconsenti all'uso dei cookie.
ACCETTA
  • Sei il visitatore n° 114.666.042
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
cartoline
polveri sottili
Valore limite: 50 µg/mc
indice del 04/03/2021
Merate: 53 µg/mc
Lecco: v. Amendola: 42 µg/mc
Lecco: v. Sora: 32 µg/mc
Valmadrera: 39 µg/mc
Scritto Martedì 19 gennaio 2021 alle 08:48

L'unica opera di Ghislanzoni ambientata a Lecco torna in libreria. Nuova edizione per 'Un suicidio a fior d’acqua'

Più pubblicazioni – tra libri e giornali – nella seconda metà dell’Ottocento e poi oltre 130 anni di silenzio. L’intero secolo XX è trascorso senza che nessuno mettesse mano a una nuova edizione. Ora, è la Polyhistor di Franco Minonzio a cavare dalla nebbia “Un suicidio a fior d’acqua” (pagg. XLII-265, euro 25) di Antonio Ghislanzoni, l’unica sua opera ambientata a Lecco. Coincidenza vuole che di questo libro parlammo nemmeno un mese fa nella rubrica “Scaffale lecchese”, considerando proprio come fosse un peccato l’oblio di un romanzo ancora attuale e godibilissimo.

La copertina del libro e Franco Minonzio

Non si può dunque che salutare con piacere l’iniziativa di ripubblicare il “Racconto umoristico” (questo il sottotitolo originario) di Ghislanzoni, dopo l’ultima edizione che fu quella del 1888 per i tipi di Sonzogno.
Non stiamo a ripetere la trama della vicenda che si svolge interamente nella nostra città tra il settembre 1854 e il febbraio 1855.
Attenzione alle date, sono importanti. Perché sia la prima edizione del libro, risalente al 1864, sia le successive con le date pasticciano un po’. In particolare, l’incipit creava qualche grattacapo: «Io lo conobbi nell’anno 1864». Suona stonato per un libro in tipografia proprio quell’anno e che racconterebbe così vicende ancora non accadute. D’altro canto sospetto è un errore di stampa alla primissima riga del romanzo rimasto senza correzione alcuna. Minonzio mette finalmente ordine alle date e accredita appunto i mesi a cavallo tra 1854 e 1855.
Di sicuro interesse è inoltre l’introduzione, firmata dallo stesso editore e curatore. Ci aiuta a comprendere tempi storici e culturali. E qualcosa di più…
Dal punto di vista letterario, il “Suicidio” è visto come una parodia dell’Ortis di Foscolo (drammone romantico che è peraltro libro prediletto da Arturo Leoni, il protagonista del racconto di Ghislanzoni). Poi, la Scapigliatura come movimento in piena espressione e del quale lo stesso Ghislanzoni era parte attiva nella lotta alle ipocrisie e al malcostume.
Soprattutto, riguardano direttamente noi lecchesi le pagine dedicate al rapporto di Ghislanzoni con la città, al giudizio sui lecchesi che trapela proprio dalle pagine del “Suicidio” e che sarebbe alla fin fine la vera causa della coltre calata sul libro, la quale «ci rivela che qualcosa doveva aver colpito nel segno e che, sotto la cenere, covava – e tale restò a lungo – una vivida brace».
Antonio Ghislanzoni
«Nel disegnare il provinciale ambiente di Lecco – scrive Minonzio - il giudizio morale di Ghislanzoni è durissimo. E proprio perché non presta il fianco a facili ritorsioni polemiche, la sua critica ad una spaventosa arretratezza culturale e, direi quasi, antropologica, ad una fauna umana che fagocita ed assimila a sé anche che vi giunga dall’esterno, è un atto d’accusa davvero senza appello: ambiente dalla grettezza asfissiante, dalla mormorazione vigliacca, regolato da una logica men che elementare, dove la rispettabilità è il denaro, il sapere è privo di valore, amore è matrimonio, e matrimonio è un affare di soldi e di sesso, mangiare e bere è l’ignobile maniera di festeggiare i santi, il suicidio altrui è occasione per divinare numeri del lotto o per escogitare con maggior facilità temi moraleggianti per gli allievi della scuola». E ancora: «Proni al quattrino negli affari, l’edenica meta – forse ancora oggi non priva di attrattive – alla quale erano protese tutte le loro attività di lavoro consisteva nel potersene stare ad oziare ai tavolini del caffè, sulla piazza centrale di Lecco, intenti alla nobile arte di tagliare i panni addosso alla gente che passava: “facevano la rassegna dei passanti con quel fervore di malignità, che i cittadini meglio organizzati non sanno ancora uguagliare”; e se il vicino passaggio dell’oggetto delle loro cure li forza ad ammutolire, lo fissano “con quello sguardo di studiato ebetismo che la malignità borghese sa prendere in certe occasioni”».
Tra il 1860 e il 1870 si può quindi ipotizzare «una sotterranea tensione, che si consuma in silenzio, tra lo scrittore e la sua città, e un’incompatibilità crescente tra una società dominata dall’emergere di nuove, avide, figure di piccoli imprenditori e uno scrittore ormai affermato nella società letteraria milanese: tutto questo fino alla decisione di scegliere una residenza fuori da Lecco».
C’è di più, però. Pur nella sequenza di “esili volontari” (Mariaga, Porto, Barco e Caprino), Ghislanzoni si diede comunque da fare «per portare a Lecco esponenti dell’intellettualità milanese e per arricchire i programmi del Teatro della Società (…). Ma se in quegli anni tutto porta ad escludere una esplicita avversione di Ghislanzoni verso Lecco, pare proprio che non fosse così da parte di Lecco verso Ghislanzoni».
Come dimostra il contenzioso giudiziario che oppose il Teatro della società e lo stesso Ghislanzoni per via del mancato pagamento del canone di possesso del palchetto ereditato dal padre (e siamo già negli anni Ottanta). Finì che lo scrittore svendette il palchetto. Scrive Minonzio: «Un certo numero di maggiorenti di Lecco nutriva verso Ghislanzoni un miscuglio di sentimenti assai poco nobili, tra i quali senz’altro un complesso di inferiorità andato a male e, forse, il rancore per un esplicito giudizio di totale estraneità a tutto quanto non sia soddisfacimento di bisogni materiali, per il quale torna in gioco l’eventualità che il nostro romanzo via abbia giocato una parte. Resta che, nell’ingiungere il pagamento delle somme dovute, non è stato in alcun modo preso in considerazione l’apporto determinante dello scrittore alla sprovincializzazione della vita culturale, con l’elevato livello qualitativo raggiunto dai cartelloni del Teatro della Società. Era moroso, ma era moroso che vantava crediti immateriali».
Articoli correlati:
20.12.2020 - SCAFFALE LECCHESE/26: un suicidio di quasi 160 anni fa ancora attuale e...umoristico
Dario Cercek
© www.leccoonline.com - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco