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Scritto Domenica 24 gennaio 2021 alle 08:21

SCAFFALE LECCHESE/31: Claudio Cesare Secchi sulle residenze di Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni - lui, il Gran Lombardo - aveva 28 anni quando acquistò la casa milanese in via Morone, «una delle strade più tranquille e solitarie del centro cittadino, via angusta ed oscura, fiancheggiata da decorosi palazzi». Così annota Claudio Cesare, critico letterario, docente universitario, studioso del Manzoni, storico presidente del Centro nazionale di studi manzoniani che diresse fino alla morte avvenuta nel 1981 (dove non indicato diversamente, a lui si debbono tutte le citazioni virgolettate).

Alle due più significative dimore di Manzoni, Secchi ha dedicato altrettante pubblicazioni: la casa di via Morone a Milano è argomento di un fascicoletto stampato nel 1965 proprio dal Centro studi manzoniani, mentre la villa lecchese del Caleotto, venduta nel 1818 agli Scola («preferiti ad altri compratori perché si sarebbero impegnati a pagare la prima rata in "monete d'oro"») e diventata comunale nel 1962, viene raccontata in un volume di maggior eleganza uscito nel 1975 su iniziativa dell'Azienda di soggiorno e turismo lecchese. Dimore destinate entrambe a diventare musei dopo la morte dello scrittore, seppure in tempi non proprio brevi e certo tormentati.
Dopo tanto peregrinare, all'inizio del 1814 - sposatosi cinque anni prima con Enrichetta Blondel - Manzoni metteva quindi salde radici a Milano: in via Morone avrebbe scritto tutte le opere che l'hanno trasformato in monumento nazionale. Lasciandosi Lecco definitivamente alle spalle: non vi tornò più, «la ricordò però con accorato pensiero e con devota memoria, la immortalò in pagine splendide del suo romanzo, la rese famosa in tutto il mondo».
Ci sarebbe un legame tra l'acquisto della nuova residenza milanese e la vendita della villa lecchese. Non c'era soltanto la decisione di radicarsi definitivamente a Milano dove gravitavano i suoi interessi («anche se non era culturalmente Parigi, era sempre un'offerta di incontri»).

L'accesso alla villa di Lecco, casa Manzoni di piazza Belgioioso (Wikipedia) e lo studio di Manzoni a Milano (dal sito casamanzoni)

Plausibile infatti l'ipotesi «che il Manzoni vendesse il Caleotto per far fronte all'acquisto della casa di via Morone a Milano, Questo acquisto, il Manzoni lo aveva deciso e fatto nell'ottobre 1813. Ma il 1814 fu un anno non facile: può essere che il Manzoni credesse di poter far fronte diversamente alla compera della casa e che poi fosse costretto a vendere il Caleotto».
Il volume dedicato alla villa lecchese si apre con i soggiorni lariani di Massimo D'Azeglio nell'anno 1839. Lo scrittore e pittore piemontese era genero di Manzoni, avendone sposata la figlia Giulia nel 1831 per vedersela morire già nel 1834. Epperò il Secchi, ce lo descrive fedifrago e farfallone, vedovo non proprio sconsolato. La cavalcata del D'Azeglio ci viene raccontata perché qualcuno malignò sostenendo che in realtà quei luoghi li avesse visti anni prima, alla vigilia proprio delle nozze con Giulia Manzoni, «per vedere la consistenza dei possessi». Malignità, appunto. E del tutto gratuita, perché «il Manzoni già aveva venduto e da anni i possedimenti aviti del territorio lecchese. Notizia falsa, quindi.... Anche se rispondente ad un uso del tempo tra i nobili, quello cioè di accertarsi della "consistenza patrimoniale della futura sposa" e di accertarsi de visu...».
Pettegolezzi a parte, che pure ci aiutano a ridare umana sembianza ai miti, Secchi ci offre una interessante ricostruzione delle origini della famiglia Manzoni, con un passato prevalsassinese.

Villa Manzoni e la sua Cappella al Caleotto

Il primo Manzoni attestato sarebbe infatti documentato a Milano già nei Commentari di Raffaele Fagnani, una genealogia di circa 1300 famiglie milanesi redatta nel XVII secolo. Trasferendosi poi, questo primo Manzoni e il figlio (esuli o banditi dalla città), in quella Valtaleggio addossata al confine tra Milano e Venezia. Ricordandoci «l'Innominato e il suo castello nella Valle della Malanotte». Poi, i Manzoni «dalla Val Taleggio calano a valle verso ovest... gradualmente, prima fermandosi a Barzio... al caso è facile risalire la china.... in caso di allarme o di pericolo... e poi scendono ai limiti del borgo di Lecco, circa all'inizio del 1700».
Un certo Pietro Antonio Manzoni, figlio di un Alessandro, nacque a Barzio nel 1656 («la famiglia forse aveva già preso dimora se non stabile almeno per un certo periodo dell'anno a Milano»), nel 1691 acquistò il feudo di Moncucco nel Novarese aggiudicandosi quindi un titolo di nobiltà e poi nel 1710 «aveva abbandonato Barzio ed era sceso a Lecco, stabilendosi al Caleotto».
«Del resto, pare che la dimora del Caleotto o, almeno, le terre circostanti fossero già da tempo della famiglia Manzoni ». Come attesta Gianfranco Scotti (in "Ville a Lecco e nella sua provincia", Periplo Edizioni, 1992): «La proprietà passò ai Manzoni nel XVII secolo con Giacomo Maria, quadrisavolo dello scrittore e da allora in poi la famiglia fece del Caleotto la propria residenza principale».

I Promessi sposi a Villa Manzoni

Il nostro Pietro Antonio è il trisnonno dello scrittore: avrà un figlio di nome Alessandro che gli darà un nipote pure di nome Pietro Antonio, «notaio collegiato in Milano» che «sarà se non il padre (ma ne siamo veramente ben sicuri? Ed i documenti che si adducono sono veramente probanti? Certo "fa bello", si direbbe oggi, mettere questa macchia sulla nascita del Manzoni. Ma ne avrebbe colpa lui?) colui che diede il nome ad Alessandro Manzoni, il grande scrittore».

La lapide a don Pietro Manzoni

Secchi ci descrive peraltro un papà Manzoni non proprio così arcigno come tradizione tramanda: anzi, «era buono e profondamente religioso». A pesare è l'infausto matrimonio con la giovanissima Giulia Beccaria (aveva 20 anni, lui 46). Matrimonio combinato, il "vecchio" Pietro s'era accordato col padre della giovane rimasta sgomenta «di fronte a quel matrimonio da lei non desiderato, che le veniva imposto e che sarebbe stato così disgraziato e infelice». Con ciò che ne discese. In tal modo andavano le cose un tempo. Ma se colpe aveva don Pietro, altrettante dovranno pur essere addebitate all'illuminato Cesare Beccaria.

Manzoni ritratto da Giuseppe Molteni e Giulia Beccaria con il piccolo Alessandro (di Andrea Appiani)

Pietro Manzoni morì a Milano, praticamente, in solitudine, nel 1807 e fu sepolto nell'amata villa lecchese: nella cappella di Santa Maria Assunta «ai piedi dell'altare o, più probabilmente in fianco ad esso nel piano del presbiterio, ed io penso che ancora si trovino, in tale posizione, le sue ossa. Solo che quando la Villa al Caleotto passò nel 1818 in proprietà degli Scola, tolsero la lapide tombale e la sostituirono con un'altra di marmo nero di piccole proporzioni con dicitura in oro e data di morte sbagliata posta su un muro di piccolo spessore». E ancora: «Ora che la villa è di proprietà comunale sarebbe bene.... mettere una lapide.... veritiera e nella data e nella collocazione». Dopo quasi mezzo secolo possiamo dire che quell'auspicio sia rimasto del tutto inascoltato.

Cesare Beccaria e Pietro Manzoni

La villa del Caleotto ebbe le sue vicissitudini, diventando anche acquartieramento di soldati: «le cantine vuotate, le dispense saccheggiate, qualche mobile rovinato e i Francesi o gli Austro Russi avevano anche bruciato qualche sedia e qualche poltrona e tagliata qualche pianta del giardino e col carbone avevano dipinto orrendi ceffi sulle pareti delle stanze». Secchi ricorda quanto scrisse Antonio Stoppani ("I primi anni di Alessandro Manzoni", 1874, ne parleremo) a proposito del cuoco Giovani Comino che nel 1799 sostenne da solo «l'assedio, anzi, una specie d'assalto al Caleotto contro Russi e Francesi. (...) Il pavimento della cantina era rimasto letteralmente coperto di cadaveri di Russi, colti all'improvviso mentre stavano sbevazzando». E anche nel 1815, la villa fu requisita come alloggio per le truppe austriache. Un anno prima dell'ultima visita della famiglia Manzoni.
Il rapporto di Manzoni con Lecco, come detto, si interruppe definitivamente nel 1818. Non vi volle poi più ritornare (declinando un successivo invito degli Scola perché «sarebbe stato un gran pianto).
«Sulle ragioni della vendita molto si è discusso e si sono fatte varie ipotesi: che la villa fosse mal gradita a Giulia ed, in parte, anche ad Alessandro, in quanto rinnovava con la presenza, e sia pure da morto, nella cappella, la memoria di Pietro Manzoni».
Lo Stoppani racconta anche un'altra realtà: «Il padre di Alessandro aveva deciso che, alla sua morte, diventasse suo procuratore generale un certo A. G., il quale sembra dovesse amministrare tutta la sostanza Manzoni come alter ego del padre.

Alessandro Manzoni ed Enrichetta Blondel

Ora il Comino raccontava che il suddetto G... si era messo a fare alto e basso. Feste, pranzi, amici e.... paga Pio Nono! Chi faceva le spese era la sostanza Manzoni. Mancavano denari? Si vendeva alla disperata. (....) Forse quel birbo avrebbe dato fondo a tutta la sostanza, se don Alessandro non fosse arrivato in tempo a salvare ciò che si poteva salvare. (...) La vendita del Caleotto fu una vera necessità».
Così, Manzoni scelse Milano, la casa di via Morone come abbiamo detto, acquistata dopo avere alloggiato - al rientro da Parigi nel 1810 - prima al Carrobbio e poi a casa Beccaria ereditata dal fratellastro di Giulia. Sempre a pigione. Ora, «era forse giunta anche l'ora di acquistarne una, che fosse la sua casa».
In una stampa anteriore al 1860, l'aspetto dell'edificio di via Morone, sul lato di piazza Belgioioso, «è quello di una povera casa dalla quale è stato demolito un corpo di fabbricato che ad essa si appoggiava, forse l'antica chiesa di S. Martino in Nosiggia o qualche dipendenza»: Successivamente, lo scrittore vi apportò notevoli migliorie.

Alessandro Manzoni moriva il 22 maggio1873 e subito in Comune si ipotizzava l'acquisto della casa di via Morone, ma soltanto nel 1940 la dimora divenne patrimonio della città, dopo il passaggio attraverso diversi proprietari (Bernardo Arnaboldi Cazzaniga dal 1874, Attilio Villa dal 1919, i fratelli Dubini dal 1922) che mantennero gli ambienti manzoniani la cui presenza era certamente ingombrante, ma procedettero a modifiche interne.
Quando lo stabile divenne comunale, gli interni furono riportati "indietro", abbattendo qualche tramezzo di troppo e ripristinando gli spazi originari: lo studio, l'appartamento al primo piano, la biblioteca e anche la camera di Tommaso Grossi al pian terreno, la stanza dove aveva alloggiato per un certo periodo l'amico dello scrittore e dove spesso ci si riuniva a chiacchierare tra amici. Manzoni usava chiamarla la stanza di Giava perché si finiva sempre col dire "giavanade", vale a dire baggianate.



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Dario Cercek
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